venerdì 6 giugno 2014

Caro Orsoni, per essere del PD non basta rubare, bisogna avere anche la tessera....come infatti...

Caro Orsoni, per essere del PD non basta rubare, bisogna avere anche la tessera....come infatti...
 

Caso Mose, il Pd: “Orsoni e Marchese non sono iscritti al partito”

Dopo gli arresti per lo scandalo Mose, il Pd si allontana dagli amministratori locali sottoposti a custodia cautelare.

Fonte:http://www.fanpage.it/caso-mose-il-pd-orsoni-e-marchese-non-sono-iscritti-al-partito/ 

Che ipocriti, altro che "sconosciuto" al PD! Il sindaco di Venezia GIORGIO ORSONI risulta bellamente in vista nel sito ufficiale del PD con tanto di curriculum!!!

Giorgio Orsoni

Sindaco del Comune di Venezia

pubblicato il 2 marzo 2010 , 4004 letture

Ho 63 anni, sono nato a Venezia dove risiedo con la mia famiglia, mia moglie Agnese e i miei figli. Dal 29 marzo 2010 sono Sindaco di Venezia.
Svolgo la professione di avvocato dal 1972, specializzato in Diritto Amministrativo.
Sono professore ordinario di diritto amministrativo nell'Università Ca' Foscari di Venezia e Direttore scientifico del master in "Diritto dell'Ambiente" istituito presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.
Ho sempre seguito le problematiche della città sia per vocazione sia in virtù della mia professione e di una esperienza amministrativa che mi ha visto ricoprire diversi incarichi, fra cui:

consigliere giuridico preposto al settore legislativo costituito presso il Ministro per le Aree Urbane (1997-1999);
componente della Commissione Ministeriale per il regolamento di cui all'articolo 3 della L. 109/94 (D.M. 11 giugno 1997);
componente della Commissione di studio per l'approfondimento delle problematiche relative al riordino di strutture ed uffici centrali e periferici del Ministero dei Lavori Pubblici, del Dipartimento per le aree urbane presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri nonché dell'ANAS (D.M. 22 aprile 1998);
componente della Commissione di studio per l'approfondimento delle problematiche relative all'iter legislativo della riforma della legge urbanistica istituita presso il Ministero dei lavori Pubblici (D.M. 8 maggio 1997);
Direttore della Scuola Diretta a Fini Speciali per Assistenti Sociali nell'Università degli Studi di Venezia dal 1990 al 1992;
Consigliere di Amministrazione della Società di Cultura "La Biennale" di Venezia dal 2000 al 2003;
Presidente della SAVE Engineering SpA, Società di Ingegneria dell'Aeroporto di Venezia Marco Polo dal 1997 al 2003;
Assessore al Patrimonio e rapporti istituzionali del Comune di Venezia (dal 2001 al 2005);
Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Venezia nonché Presidente dell'Unione Triveneta dei Consigli dell'Ordine.


Attualmente sono:
Componente il Consiglio Nazionale Forense;
Vice Presidente della Fondazione Cini di Venezia;
Primo Procuratore di San Marco a Venezia;
Consigliere Fondazione lirica La Fenice di Venezia.

Fonte:http://www.partitodemocratico.it/doc/103434/giorgio-orsoni.htm
Nessuno che si assume la responsabilità. Si affidano a perifrasi, eufemismi che gli permettono di poter dire tutto e il contrario di tutto. Nessuno dice con chiarezza che il sindaco di Venezia, Giorgio ORSONI, era ed è del PD. Infatti, nonostante le smentite, Giorgio ORSONI è nel sito ufficiale del PD con tanto di curriculum! (pubblicato il 2 marzo 2010).A quanto pare,caro Orsoni, per essere del PD non basta rubare, bisogna avere anche la tessera....mah....
 giorgio orsoni  Giorgio orsoni, sindaco di Venezia
Daje a ride.....
comunicato PD 2 febbraio 2011
"Oggi il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ha annunciato una direttiva improntata alla trasparenza nelle assunzioni pubbliche. è un'iniziativa lodevole e da rilanciare con grande forza. Da un lato, la giunta Alemanno e gli scandali delle assunzioni per linea dinastica. Dall'altro, chi, come Orsoni, fa del rigore e del merito una bussola nella selezione dei dipendenti. Ecco, la differenza tra noi e loro. Nei fatti e non a chiacchiere". Lo annuncia in una nota Marco Meloni, responsabile Pubblica Amministrazione nella segreteria nazionale del PD. "Più nel dettaglio - aggiunge Meloni - quella di Venezia è una buona pratica che fornisce l'occasione per riaffermare con chiarezza un principio sacrosanto, sancito dalla Costituzione e tradito nella prassi: le assunzioni e le progressioni di carriera presso tutte le pubbliche amministrazioni devono fondarsi su procedure trasparenti e fondate sul merito. Un principio che deve acquistare piena effettività ed estendersi a tutte le società pubbliche o a partecipazione pubblica. Il rispetto di questi principi, tuttavia, non può essere affidato alla buona volontà di singoli amministratori, che rischiano di essere delle mosche bianche.
Per questo al centro delle proposte del PD per il settore pubblico, che presenteremo all'Assemblea nazionale di venerdì e sabato prossimi, ci saranno le norme per ristabilire, con strumenti di legge, il vincolo a rispettare il principio costituzionale del concorso pubblico, e proposte concrete per garantirne l'effettività: concorsi unici con procedure affidate a un organismo esterno indipendente, dai quali le singole amministrazioni possono attingere il personale; limiti rigorosissimi per l'attivazione di rapporti atipici e divieto di ricorrere a somministrazione del personale; divieto di attivare contratti "precari" prima dell'esaurimento delle assunzioni di idonei in concorsi; mobilità nelle carriere fondata sul merito, riconoscendo le funzioni svolte in altre amministrazioni". "Vogliamo spezzare una volta per tutte - prosegue - la spirale per cui nelle amministrazioni pubbliche si entra con contratti precari e senza selezioni trasparenti, cui succedono procedure di stabilizzazione, e illuminare l'oscurità che spesso fa delle amministrazioni pubbliche e ancor più di società pubbliche e parapubbliche un luogo di malapolitica, offendendo l'impegno di chi in buona fede studia e si prepara, e che ha diritto di andare avanti in base ai suoi meriti e non a protezioni o a metodi clientelari". "Per questo - annuncia in conclusione - tutti gli amministratori locali del PD, una volta approvato il documento in Assemblea, si dovranno impegnare al rispetto di questi principi. Principi che nella decisioni della giunta Orsoni hanno trovato una prima, felice, applicazione".
Fonte:http://www.partitodemocratico.it/doc/202840/pa-meloni-pd-bene-orsoni-su-direttiva-antiparentopoli.htm
Intanto vedremo come finiranno le indagini.Come si fa nei Paesi civili.  Coraggio!!!!!
Ancora 2 giorni poi non se ne parlerà più,
ci dimenticheremo tutto e
andremo sotto il balcone ad applaudire
PD, FI e NCD che ci fanno le riforme.Cmq
è tutta colpa di Grillo,che strilla,dice troppe parolacce e si accorda con Farage.!!!!!

lunedì 2 giugno 2014

La Coppa del Mondo è una questione politica.

La Coppa del Mondo è una questione politica.
  27M - Indios e movimenti sociali a Brasilia
"A Brasilia, dentro al Palazzo del governo, nel momento delle proteste, la presidente Dilma, conversava con gli imprenditori. Le sue dichiarazioni, dopo gli scontri, sono state sempliciotte. «Non è possibile utilizzare la Coppa del Mondo per fare politica", si è lamentata. Sì, perché la Coppa del Mondo è una questione politica. E il governo sta facendo politica con la Coppa proprio come i lavoratori, i senzatetto, gli indios. Tutti stanno facendo politica. Quindi è necessario che l'opinione pubblica lo sappia, ne abbia coscienza e prenda posizione. Non si può stendere un velo protettivo sopra la Coppa come se si trattasse di una festa popolare bella e allegra che alcuni "malfattori" vogliono rovinare. Non lo è. Vi si gioca anche il gioco della politica, delle alleanze, degli accordi, dei tornaconti e degli impegni futuri."

Improvvisamente, come se si trattasse di una novità sorprendente, i giornalisti brasiliani aprono le prime pagine dei giornali informando il pubblico che gli "indios tirano frecce  in segno di protesta nella capitale federale." Come sempre succede, da 500 anni, i popoli indigeni, finché se ne stanno al loro posto, ossia, bene in silenzio, nelle riserve loro assegnate, al massimo  lamentandosi piagnucolosamente, sono oggetto di commiserazione. E, semmai, il 19 aprile (ndt. la giornata nazionale loro dedicata), si può parlare di loro, ma al passato, come se costituissero una tappa già superata sulla strada dell'integrazione nazionale. Ma basta che scendano in lotta per la demarcazione delle loro terre, o contro i ripetuti attacchi portati dalle multinazionali dell'agro-alimentare nel tentativo di impossessarsi delle loro terre più ricche, perché subito le forze di supporto dello "stato delle cose" incomincino le loro crociate contro quelli che considerano "arretrati". Gli indios sono arretrati, sempre.

Le voci che si esprimono nei giornali e nelle TV mettono in discussione la necessità di destinare così tanta terra  per così pochi indios. Ce ne sono circa 896.000 nel Brasile di oggi. Considerando che la nazione ha 180 milioni di anime, questi 896.000 sono come una ferita, di quelle che non si rimarginano, che "infastidiscono" la vertiginosa avanzata del progresso. C'è una chiara volontà da parte dei latifondisti e delle industrie minerarie di appropriarsi di grandi appezzamenti di terra indigena, ancora protetti, e che custodiscono ricchezze infinite, per non parlare delle fonti d'acqua o dei giacimenti di minerali.

Da qui la necessità di inoculare nell'opinione pubblica l'idea che loro rappresentano l'arretratezza. Sarebbe meglio che si "integrassero" nella società brasiliana, smettendola una volta per tutte con questa idea "fastidiosa" di voler ridefinire le aree dei loro territori per poter, poi, vivere "isolati". E come se non bastasse tutta questa campagna contro il diritto degli indigeni ad avere la loro terra, li condannano anche per voler continuare a restare nella "preistoria", perché è in questi termini che definiscono il diritto di avere una propria cultura.

Non è un caso che l'opinione pubblica venga bombardata dalle argomentazioni sul "quanto sia insensato" questo bisogno degli indios di volere più terre per vivere. Dopo tutto, non hanno già le loro riserve? Che altro vogliono? I media non segnalano però che dal 2012 la Commissione di Costituzione e Giustizia della Camera dei Deputati ha approvato l'emendamento costituzionale 215 - ancora in corso al Congresso - un terribile passo indietro legale voluto dalle forze vicine agli interessi dei latifondisti e dagli evangelici. Con questo emendamento si rimette nelle mani dei deputati la decisione nel merito della proprietà delle terre non solo indigene, ma anche dei quilombolas (ndt. le comunità ancora diffuse in Brasile che furono formate dagli schiavi fuggitivi).
Brasilia, 27.05 - La cavalleria affronta gli indios
NOI NON SIAMO VANDALI. CI TOLGONO LE NOSTRE TERRE E NOI NON POSSIAMO NEMMENO AVVICINARCI A QUESTO "COLOSSEO" - hanno detto alcuni leader indigeni - INVECE DI RISPETTARE LA COSTITUZIONE E CONSEGNARCI LE NOSTRE TERRE, IL GOVERNO DA' LA PRIORITA' AD UN EVENTO CHE DURA SOLO UN MESE, INVESTENDO MILIARDI E ARRECANDO GRAVI DANNI ALLA POLAZIONE"

lunedì 19 maggio 2014

Randy Sheckman:''Le principali riviste scientifiche danneggiano la Scienza''

Randy Sheckman:''Le principali riviste scientifiche danneggiano la Scienza''                         

 

''Le principali riviste scientifiche distorcono il processo scientifico e rappresentano una «tirannia» che va spezzata.''

Questo il giudizio del premio Nobel per la medicina 2013.

La denuncia è grave, a maggior ragione perché è la cosa che ha pensato di dire Randy Schekman al Guardian il giorno stesso in cui ha ricevuto il premio Nobel e quindi non solo nel momento più importante per la carriera di un ricercatore, ma anche nel momento di massima visibilità.
Ma non basta, la dichiarazione di Schekman era stata preceduta di un paio di giorni da quella di un altro autorevolissimo scienziato, Peter Higgs, notissimo teorizzatore del bosone di Higgs, che sempre al Gurdian aveva denunciato il sistema delle pubblicazioni scientifiche.
Ma se la dichiarazione di Schekman è clamorosa, altrettanto clamoroso è il silenzio con il quale è stata inghiottita dalle testate che si occupano di divulgazione scientifica, alcuni quotidiani le hanno almeno dedicato il “minimo sindacale” come Il Corriere della Sera “Schekman: «Le principali riviste scientifiche danneggiano la scienza»” (poco più che un trafiletto) e l’Unità “Il Nobel Shekman: “Boicottiamo Science e Nature”“, altri hanno però vistosamente dimenticato di pubblicarla. Ma ancor più vistosa è la “dimenticanza” da parte di soggetti che fanno della divulgazione scientifica il loro argomento centrale, non una parola sull’autorevole denuncia da parte delle solite testate comeLe Scienze, Oggiscienza, Query, Pikaia e perfino Focus e Ocasapiens, in genere così attente a difendere la buona scienza scegliendosi però bersagli comodi e banali come i creazionisti della Terra giovane o qualche stravagante di turno.
E allora per vedere commentato in modo decente quanto detto da Schekman dobbiamo andare suWired, un periodico che si occupa in genere di scienza tenendo conto delle sue implicazioni più ampie, per leggere un articolo intitolato “Il Nobel che vuole boicottare le riviste scientifiche“, che inizia con le seguenti parole
La scienza è a rischio: non è più affidabile perché in mano a una casta chiusa e tutt’altro che indipendente.

Le principali riviste scientifiche internazionali – Nature, Cell e Science – sono paragonate a tiranni: pubblicano in base all’appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione.

L’accusa di “tirannia” lanciata da un neo premio Nobel dovrebbe in ogni caso meritare la massima attenzione, ma così come si usa fare per i critici di minore visibilità la tecnica è la stessa: ignorare per non dare visibilità alle idee. Ma Schekman aggiunge dell’altro, qualcosa che da sempre andiamo sostenendo:
Queste riviste, dice lo studioso, sono capaci di cambiare il destino di un ricercatore e di una ricerca, influenzando le scelte di governi e istituzioni.
Ma il suo laboratorio (all’università di Berkeley in California) le boicotterà – ha detto al Guardian –, evitando di inviare alcun genere di ricerca. Sfruttano il loro prestigio, distorcono i processi scientifici e rappresentano una tirannia che deve essere spezzata, per il bene della scienza. Almeno così la pensa il Nobel.

sabato 17 maggio 2014

Come vengono usati i soldi dell'8x1000?

Come vengono usati i soldi dell'8x1000?

Basta con i luoghi comuni... la razionalità e la conoscenza dei documenti sono il vero antidoto alla bulimia informativa a cui tutti siamo quotidianamente sottoposti.

  

di Alessandro Cristofari

E’ cominciata la campagna dell'8x1000 alla Chiesa Cattolica, un tema che è spesso oggetto di discussione. Cerchiamo di fare un po' di ordine sull'argomento offrendo alcuni numeri e dati.
Ogni cittadino, tutti gli anni, è chiamato a scegliere a chi va destinato l'8x1000 del gettito complessivo dell’Irpef: allo Stato, alla Chiesa Cattolica o ad altre istituzioni religiose. Secondo le informazioni fornite dagli uffici della Ragioneria generale dello Stato, il 43,5 per cento dei contribuenti ha effettuato la scelta relativa alla destinazione dell’otto per mille, di questi l’85% ha scelto la Chiesa Cattolica (vedi tabella).
Stando ai dati del 2008 i contribuenti in italia sono circa 40 milioni. Ciò significa che sono circa 15 milioni gli italiani che hanno espresso la loro preferenza di destinare l'8x1000 in maggiornaza alla Chiesa cattolica. Qualsiasi sondaggio non avrebbe cifre così rappresentative.
Sul sito www.8x1000.it la Chiesa Cattolica pubblica periodicamente il rendiconto che distribuisce anche a tutte le redazioni dei media. L’uso dell’8x1000 è descritto nel dettaglio sul sito www.chiediloaloro.it dove si può vedere come vengono utilizzati i proventi sul territorio. I dati sono aggiornati all’aprile del 2012.
Quant’è l’8x1000 alla Chiesa
Nel 2012 la Chiesa ha ricevuto 1 miliardo 148 milioni 76 mila e 594 euro (1.148.076.594,08), di cui euro 117.430.056,09 a titolo di conguaglio per l’anno 2009 ed euro 1.030.646.537,99 a titolo di anticipo dell’anno 2012 (Vedi qui).
Come vengono spesi questi soldi? L’8x 1000 finanzia tre aree: esigenze di culto, interventi caritativi e sostentamento del clero (per un resoconto dettagliato degli interventi dal 1990 al 2011 consultare: http://www.8xmille.it/rendiconti/rendiconto.pdf).
Esigenze di culto: chiese, centri di ascolto, tutela del patrimonio
Quando si parla di esigenze di culto e della popolazione, per cui vengono spesi 479 milioni di euro all’anno, è bene capire di cosa si sta parlando. Ad esempio appartiene a questa area non solo la costruzione di nuove chiese laddove ce n’è bisogno ma anche la creazione di centri di ascolto e centri di accoglienza parrocchiali o diocesani che sono a servizio dei cittadini. In un articolo qualche tempo fa avevamo mostrato il contributo che le parrocchie e gli oratori restituiscono al Paese quantificabile in 260 milioni di euro all’anno.
Nelle esigenze di culto rientrano anche progetti di volontariato e di assistenza promossi e portati avanti dai sacerdoti, così come il supporto economico a chi deve affrontare processi matrimoniali canonici e non ha le risorse: ad esempio una donna che chiede la nullità del matrimonio e non può permettersi la causa.
Sempre nelle esigenze di culto rientra la tutela e restauro dei beni culturali ecclesiastici che costituiscono il 70% del patrimonio artistico italiano. Come abbiamo già scritto su circa 95.000 chiese, ben 85.000 sono ritenute un bene culturale, così come 1.535 monasteri, 3.000 complessi monumentali, 5.500 biblioteche, 26.000 archivi, 700 collezioni e musei ecclesiastici e migliaia di opere pittoriche e scultoree. Negli ultimi anni la Cei ha destinato ogni anno tra i 63 e i 68 milioni di euro alla tutela e il restauro dei beni culturali ecclesiastici.

sabato 10 maggio 2014

Menzogna e propaganda. Armi di disinformazione di massa.

Menzogna e propaganda.
Armi di disinformazione di massa.


 
Un potere politico che si serve della menzogna per raggiungere i suoi scopi, spesso in contrasto con gli interessi della società che dice di rappresentare, può ancora definirsi “democratico”?
Fino a che punto la manipolazione dell’informazione e la costruzione di una realtà modificata ad uso propagandistico possono essere accettate dall’opinione pubblica?
 

Massimo Chiais (1961) è docente e giornalista. Terminati gli studi in Lettere e in Scienze Strategiche, ha conseguito il dottorato di ricerca e collabora con la cattedra di Studi Strategici dell’Università di Torino. Autore di numerosi articoli e saggi (Rivista Militare, GQ, Storia e Futuro, Pagine di Difesa), si occupa prevalentemente del rapporto tra comunicazione, disinformazione e potere politico e in particolare dell’analisi dei linguaggi della propaganda.
L’obiettivo del libro è quello di “denunciare i mezzi e i linguaggi di una comunicazione deviata e manipolata, ma anche quello di far riflettere sui pericoli che tali informazioni possono rappresentare”.
Il volume, frutto di alcuni anni di ricerca dell’autore come giornalista free lance e ricercatore presso il corso di Laurea in Scienze Strategiche dell’Università di Torino, coniuga gli aspetti della ricerca sociologica e storica con quelli dell’analisi della cronaca più recente, approfondendo lo studio del linguaggio dei media, dei criteri di selezione dell’informazione e delle modalità di diffusione delle notizie.
Ciò che il libro si propone di dimostrare è che l’informazione che viaggia sui media è spesso una costruzione, qualcosa di assai diverso rispetto alla realtà dei fatti.
Da cosa dipende? secondo l’Autore una spiegazione c’è ed è la “formidabile capacità di trasferire notizie su scala globale e in tempo reale, che, rendendoli gli unici strumenti di conoscenza della realtà, circonda i media di un’autorità difficile da contestare”.
In queste condizioni, non stupisce che la storia possa essere trasformata senza alcuna obiezione, attraverso operazioni di vera e propria “ingegneria storica” finalizzata alla costruzione di una realtà fittizia, ma in linea con gli interessi di chi la manipola.
L’autore si pone l’obiettivo di instillare una doverosa perplessità nei riguardi di quanto viene proposto come Verità inconfutabile, insegnando come individuare tematiche, modelli e linguaggi menzogneri, nel tentativo di riuscire a valutare quanta menzogna si nasconde proprio dietro le verità ufficiali, o spacciate per tali dai mass media.

giovedì 1 maggio 2014

I VESTITI NUOVI DELL'IMPERATORE.....

I VESTITI NUOVI DELL'IMPERATORE.....

I vestiti nuovi dell'imperatore o Gli abiti nuovi dell'imperatore è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen  e pubblicata per la prima volta nel 1837nel volume Eventyr, Fortalte for Børn ("Fiabe, raccontate per i bambini"). Il titolo originale è  Keiserens Nye Klæder.
La fonte da cui ha tratto ispirazione Andersen è una storia spagnola riportata daDon Juan Manuel (1282-1348), la XXXII dell'operaRl Conde Lucanor.
Fonte:(Wikipedia)
 File:Emperor Clothes 01.jpg



Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi da usare tutti i suoi soldi per vestirsi elegantemente. Non si curava dei suoi soldati né di andare a teatro o di passeggiare nel bosco, se non per sfoggiare i vestiti nuovi. Possedeva un vestito per ogni ora del giorno e come di solito si dice che un re è al consiglio, così di lui si diceva sempre: «E nello spogliatoio!».
Nella grande città in cui abitava ci si divertiva molto; ogni giorno giungevano molti stranieri e una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all'altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.
"Sono proprio dei bei vestiti!" pensò l'imperatore. "Con questi potrei scoprire chi nel mio regno non è all'altezza dell'incarico che ha, e riconoscere gli stupidi dagli intelligenti. Sì, questa stoffa dev'essere immediatamente tessuta per me!" e diede ai due truffatori molti soldi, affinché potessero cominciare a lavorare.
Questi montarono due telai e fecero fìnta di lavorare, ma non avevano proprio nulla sul telaio. Senza scrupoli chiesero la seta più bella e l'oro più prezioso, ne riempirono le borse e lavorarono con i telai vuoti fino a notte tarda.
"Mi piacerebbe sapere come proseguono i lavori per la stoffa" pensò l'imperatore, ma in verità si sentiva un po' agitato al pensiero che gli stupidi o chi non era adatto al suo incarico non potessero vedere la stoffa. Naturalmente non temeva per se stesso; tuttavia preferì mandare prima un altro a vedere come le cose proseguivano. Tutti in città sapevano che straordinario potere avesse quella stoffa e tutti erano ansiosi di scoprire quanto stupido o incompetente fosse il loro vicino.
"Manderò il mio vecchio bravo ministro dai tessitori" pensò l'imperatore "lui potrà certo vedere meglio degli altri come sta venendo la stoffa, dato che ha buon senso e non c'è nessuno migliore di lui nel fare il suo lavoro."
Il vecchio ministro entrò nel salone dove i due truffatori stavano lavorando con i due telai vuoti. "Dio mi protegga!" pensò, e spalancò gli occhi "non riesco a vedere niente!" Ma non lo disse.

martedì 1 aprile 2014

ANSCHLUSS L'annessione. L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa.

                       ANSCHLUSS
L'annessione. L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa.
 

Ancora oggi, a quasi 25 anni dal crollo del Muro, la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania continua ad accentuarsi, nonostante massicci trasferimenti di denaro pubblico dalle casse del governo federale tedesco e da quelle dell'Unione Europea. Sulla base di una ricerca scrupolosa, condotta attraverso i dati ufficiali e le testimonianze dei protagonisti, l'economista Vladimiro Giacché svela come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell'ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un'emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città. La storia di questa "unione che divide" è una storia che parla direttamente al nostro presente. Essa comincia infatti con la decisione di attuare subito l'unione monetaria tra le due Germanie, prima di aver attuato la necessaria convergenza tra le economie dell'Ovest e dell'Est. L'unione monetaria ha accelerato i tempi dell'unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell'ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt'altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti "periferici" dell'Unione Europea.