Gaël Giraud, gesuita, docente di economia matematica all’Università Sorbona di Parigi, ha tenuto una interessante conferenza a Brescia, il 23 ottobre, sulla “Illusione finanziaria”, cioè sulla crisi globale e le disuguaglianze prodotte da un sistema finanziario privo di regole. L’incontro è stato promosso dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura (rete c3dem), l’Accademia Cattolica di Brescia e l’Università Cattolica sede di Brescia.
domenica 16 marzo 2014
L'illusione finanziaria. La lezione del gesuita Gaël Giraud.
L'illusione finanziaria. La lezione del gesuita Gaël Giraud.
Gaël Giraud, gesuita, docente di economia matematica all’Università Sorbona di Parigi, ha tenuto una interessante conferenza a Brescia, il 23 ottobre, sulla “Illusione finanziaria”, cioè sulla crisi globale e le disuguaglianze prodotte da un sistema finanziario privo di regole. L’incontro è stato promosso dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura (rete c3dem), l’Accademia Cattolica di Brescia e l’Università Cattolica sede di Brescia.
Gaël Giraud, gesuita, docente di economia matematica all’Università Sorbona di Parigi, ha tenuto una interessante conferenza a Brescia, il 23 ottobre, sulla “Illusione finanziaria”, cioè sulla crisi globale e le disuguaglianze prodotte da un sistema finanziario privo di regole. L’incontro è stato promosso dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura (rete c3dem), l’Accademia Cattolica di Brescia e l’Università Cattolica sede di Brescia.
mercoledì 12 marzo 2014
La Camera approva la nuova legge elettorale.ITALICUM...una truffa aggravata,una legge pericolosa e autoritaria.
La Camera approva la nuova legge elettorale.
ITALICUM...una truffa aggravata,una legge pericolosa e autoritaria.
Complimenti al PD,a Renzie e Berlusconi per l'ennesimo puzzle piduista completato!
Nemmeno il fascismo aveva osato tanto.
Voto finale su riforma legge elettorale: i
deputati di SeL mostrano la Costituzione durante le dischiarazioni di
voto di Gennaro Migliore
La riforma passa con 365 sì, 156 no e 40 astenuti. Contrari Popolari, M5S, Lega, Fdi e Sel.
Dichiarazione di voto M5S sul #Pregiudicatell
ITALICUM...una truffa aggravata,una legge pericolosa e autoritaria.
Complimenti al PD,a Renzie e Berlusconi per l'ennesimo puzzle piduista completato!
Nemmeno il fascismo aveva osato tanto.
Voto finale su riforma legge elettorale: i
deputati di SeL mostrano la Costituzione durante le dischiarazioni di
voto di Gennaro Migliore
La riforma passa con 365 sì, 156 no e 40 astenuti. Contrari Popolari, M5S, Lega, Fdi e Sel.
Dichiarazione di voto M5S sul #Pregiudicatell 
"Mettiamo subito le cose in chiaro : la riforma e e o eche Renzi, Berlusconi e Alfano propongono ai cittadini e' un'orrenda schifezza, figlia dei loro interessi personali e della loro arroganza. Questa proposta elettorale fa male al nostro Paese perché peggiora il già pessimolivello della nostra democrazia. E' una riforma elettorale incostituzionale per tanti motivi: per il premio di maggioranza abnorme per la non conoscibilità del candidato da parte dell'elettore e lo è perché un sistema proporzionale, come quello che dicono di avere adottato, non può essere corretto a tal punto da renderlo un maggioritario puro in collegio unico nazionale. Gli italiani devono sapere che fare una legge elettorale tanto per dire di averla fatta è una presa in giro, ma tanto a loro di noi italiani non interessa nulla, anzi no, interessa solo derubare i cittadini di uno dei pochi momenti - oramai sempre meno - in cui contano qualcosa, cioè quando votano Noi siamo diversi da voi politici che legiferate per mantenere il potere. Noi siamo gli stessi cittadini che si recano alle urne a votare e per i quali le parole non contano più, contano solo fatti che dimostrino onestà e rettitudine. Questo sistema democratico non funziona perché il ruolo del cittadino nella politica è diventato troppo debole e assomiglia sempre di più a quello di inerme spettatore e vittima. E' una triste involuzione causata dal Porcellum che ha delegittimato il parlamento e che doveva non solo essere superato, ma dimenticato per sempre. Dopo la sacrosanta sentenza della Corte Costituzionale che lo ha finalmente abbattuto, bisognava ripartire da zero creando una nuova legge elettorale condivisa e partecipata, sia coi membri del Parlamento che con tutta la società civile, per giungere ad un unico risultato: la nascita di una classe politica nuova che rappresentasse i cittadini e rispondesse alle loro richieste d’aiuto.
martedì 11 marzo 2014
ITALICUM.....una truffa aggravata... la democrazia diviene una vuota parola.
ITALICUM.....una truffa aggravata... la democrazia diviene una vuota parola.
Prevista per oggi l'approvazione alla Camera della legge elettorale Italicum: il peggior sistema elettorale nella storia d'Italia, e tra quelli esistenti in Europa.
Bisogna escogitare leggi elettorali, fondate sul presupposto seguente: siccome prevedo il risultato, devo provvedere a truccarlo.
Il sistema elettorale proporzionale è l'unico strumento che rispetti il principio del suffragio universale e uguale.
Il sistema proporzionale è l'unico sistema elettorale democratico.Solo il proporzionale garantisce che il voto di tutti i cittadini sia veramente «eguale» .
CON L'APPROVAZIONE DELLA TRUFFA AGGRAVATA DELL'ITALICUM STANNO UCCIDENDO LA DEMOCRAZIA.

Prevista per oggi l'approvazione alla Camera della legge elettorale Italicum: il peggior sistema elettorale nella storia d'Italia, e tra quelli esistenti in Europa.
Bisogna escogitare leggi elettorali, fondate sul presupposto seguente: siccome prevedo il risultato, devo provvedere a truccarlo.
Il sistema elettorale proporzionale è l'unico strumento che rispetti il principio del suffragio universale e uguale.
Il sistema proporzionale è l'unico sistema elettorale democratico.Solo il proporzionale garantisce che il voto di tutti i cittadini sia veramente «eguale» .
CON L'APPROVAZIONE DELLA TRUFFA AGGRAVATA DELL'ITALICUM STANNO UCCIDENDO LA DEMOCRAZIA.
Piero Calamandrei, L’incoscienza costituzionale
Settembre 1952
La democrazia diventa
una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi
democratici per salire al potere è disposto a violarli pur di rimanervi:
il che può farsi, anche senza bisogno di mettere fuori legge gli
oppositori, con qualche ben studiata revisione costituzionale, od anche
semplicemente con qualche trucco elettorale che permetta al partito che è
al potere di rimanervi anche quando nel Paese sia diventato minoranza.
La Costituzione, per il Parlamento democratico, dove essere un prius,
una premessa che si rispetta e non si discute: qualcosa che sta al
disopra dei partiti, che è un limite per la stessa maggioranza. Ma la
conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi
apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve
adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve
conformarsi alle esigenze di questo governo. Se questo governo la
preferisce così, non c’è proprio ragione di complicare con intralci
costituzionali, per fortuna rimasti soltanto sulla carta, questo
ingranaggio che va da sé così liscio. Questa non è la Costituzione fatta
dal popolo italiano per il popolo italiano: questa, è la Costituzione
fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia
saecula a rimaner maggioranza. La constitution, c’est moi: il programma fu già enunciato trent’anni fa, si riassunse fin da allora in un motto: “durare”.
La costituzione?
Incompiuta era e incompiuta resta – Una Costituzione al servizio della
maggioranza che vuole rimanere maggioranza – La revisione
costituzionale? La democrazia diviene una vuota parola – È possibile
sovvertire la forma istituzionale dello stato? – La riforma delle legge
elettorale? Un trucco legalizzato.
La costituzione? Incompiuta era e incompiuta resta
Alla vigilia della
chiusura della prima legislatura, il popolo italiano ha diritto di
chiedere al Parlamento (che poi vuol dire al governo) che cosa ha fatto,
in questi cinque anni, della Costituzione repubblicana: di questa
Costituzione che ebbe in custodia cinque anni fa, e che oggi dovrebbe
restituire in buono stato, al momento delle nuove elezioni, al popolo
che gliela affidò.
Cinque anni fa, appena
chiusi i lavori dell’Assemblea costituente, la Costituzione era come un
edificio monumentale (in materia costituzionale i paragoni edilizi sono
di stile) tirato su nelle mura maestre, ma ancora mancante di qualche
parete divisoria, di qualche scala interna e della cuspide.
L’imprenditore, nonostante la sua buona volontà, non era riuscito, in un
anno di lavoro intenso, a consegnare la costruzione finita; ma tutti
sapevano che il suo successore, che trovava i materiali già ammassati
nel cantiere, avrebbe potuto agevolmente, in pochi mesi, portare a
compimento l’impresa secondo i disegni già approvati dal progettista.
Sono passati cinque anni, e tutto è allo stesso punto. Incompiuta era, e
incompiuta è.
Ma limitarsi a
osservare che tutto in questi cinque anni è rimasto immutato, è forse
peccare di ottimismo: non si lascia una muratura a mezzo per cinque anni
senza che essa cominci a andare in rovina: sotto i venti che soffiano
dalle aperture del tetto, la calcina comincia a sgretolarsi; e le
impalcature, abbandonate sul posto, imputridiscono sotto la pioggia.
Se invece che in tema
di mandato parlamentare si fosse veramente in tema di contratto
d’appalto, questo imprenditore scervellato o disonesto, che per cinque
anni avesse lasciato andare in malora così il lavoro affidatogli,
andrebbe incontro a brutti guai. Nessuno lo salverebbe da una condanna
ai danni: e forse, poiché i muri lasciati a mezzo costituiscono un
continuo pericolo di crollo, rischie-rebbe di andare a finire in
prigione.
La Costituzione, come
ognuno sa, è divisa in due parti: la prima tratta dei diritti e doveri
dei cittadini; la seconda dell’ordinamento della repubblica, cioè della
struttura degli organi con cui si esercita il potere. Per ora il
bilancio del costruttore si può limitare alla seconda parte, quella più
propriamente architettonica. Della prima è meglio tacere.
E inutile infatti
parlare delle norme contenute nella prima parte, quelle che si
riferiscono ai diritti individuali dei cittadini, civili, politici e
sociali. Esse sono lì da cinque anni, chiuse nelle loro scatole, come
misteriosi ordigni di cui si ignora l’uso (e speriamo che non
s’arrugginiscano). Fanno venire in mente l’avventura di certi ospedali
di provincia che, per la munificenza di un benefattore locale, hanno
potuto acquistare un armamentario chirurgico ultramoderno: ma gli
strumenti rimangono lì, nelle vetrine, ognuno nel suo astuccio, perché
non si trova il chirurgo che li sappia adoperare.
Così è accaduto,
finora, delle norme programmatiche, che dovevano servire a iniziare le
tanto vantate riforme di struttura economica: quelle che promettevano ai
poveri non la ricchezza, ma un po’ meno di miseria, ai disoccupati non
l’elemosina, ma un po’ di lavoro. Forse in avvenire si troverà chi saprà
adoprarle; ma per oggi è meglio pensare al riarmo, che è una medicina
un po’ antica, ma sempre (al dir dei vecchi pratici) di sicuro effetto
pacificatore.
E così è meglio non
parlare di quelle norme che dovevano garantire ai cittadini i diritti di
libertà. Anche queste sono sempre nuove ed intatte nelle loro custodie
di velluto, perché il governo, per non consumarle, ha preferito non
adoprarle. Per amministrare la libertà di opinione, o la libertà della
cultura, o la libertà delle confessioni religiose non c’è stato bisogno
di scomodare la Costituzione: bastano le elastiche disposizioni della
benemerita legge di pubblica sicurezza, che da vent’anni ha reso, senza
discontinuità, tanti servizi. […]
Nei primi anni di
questa legislatura qualche ingenuo poté credere che la lentezza colla
quale il governo si accingeva a sbrigare questa eredità di lavoro
lasciata dalla Costituente derivasse dalla difficoltà di certi problemi
tecnici ed anche dalla necessità di dare la precedenza a leggi ordinarie
di carattere urgente. Ma oggi, a distanza di cinque anni, la ingenuità
diventerebbe dabbenaggine.
La verità è che nel
piano politico della maggioranza parlamentare e del suo governo vi è
stata non tanto mancanza di volontà di compiere la Costituzione, quanto
deliberata volontà di lasciarla incompiuta. […]
Una Costituzione al servizio della maggioranza che vuole rimanere maggioranza.
Ma ormai, a cinque
mesi dalla chiusura, quel che non è stato fatto, non si farà più. Questi
cinque mesi che rimangono basteranno appena per fabbricar la nuova
legge elettorale che servirà a questa maggioranza per rimaner
maggioranza.
Rimaner maggioranza:
perché qui è, in sostanza, il segreto di questa quinquennale
inadempienza costituzionale. Così finirà, con una dichiarazione di
inadempienza, questa prima legislatura repubblicana, che doveva essere
la prima prova di costume costituzionale della nuova democrazia
italiana. Sui programmi politici i partiti potevano esser discordi; ma
sull’ossequio alla Costituzione pareva che non vi fosse possibilità di
dissenso. Era un impegno non solo di legalità ma di onore, che la
Costituente (e attraverso la Costituente tutta l’Italia uscita rinnovata
dalla guerra di liberazione) aveva trasmesso al nuovo Parlamento: un
impegno sacro, tanto che un deputato cattolico aveva proposto di
intitolare la Costituzione repubblicana al nome di Dio.
Nella piattaforma
elettorale su cui si fecero le elezioni del 18 aprile, l’immediata
integrazione della Costituzione era, per tutti i partiti, un punto fuori
di discussione: non era neppure pensabile che un Parlamento nato dalla
Costituente potesse tradire l’impegno costituzionale che la Costituente
gli aveva trasmesso. La Costituzione, per il Parlamento democratico,
doveva essere un prius, una premessa che si rispetta e non si discute:
qualcosa che stava al disopra dei partiti, che era un limite per la
stessa maggioranza.
E invece la
maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata
dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione
con sé medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti
elettorali. Padrona del governo, si è accorta che chi governa può
benissimo fare a meno di tutti quei controlli costituzionali che lo
spirito romantico dell’Assemblea costituente aveva sognato. La Corte
costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum
popolare, bellissimi temi per conferenzieri da circoli rionali; ma in
pratica, intralci micidiali per chi è al potere e vuol rimanerci. E
allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi
tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve
adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve
conformarsi alle esigenze di questo governo. Se questo governo la
preferisce così, non c’è proprio ragione di complicare con intralci
costituzionali, per fortuna rimasti soltanto sulla carta, questo
ingranaggio che va da sé così liscio. Questa non è la Costituzione fatta
dal popolo italiano per il popolo italiano: questa, è la Costituzione
fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia
saecula a rimaner maggioranza.
La constitution, c’est moi: il programma fu già enunciato trent’anni fa, si riassunse fin da allora in un motto: “durare”.
martedì 21 gennaio 2014
Il proporzionale e gli alchimisti.
Il proporzionale e gli alchimisti.
Luciano Canfora :
lettera all’Unità, 17 gennaio 2014
Il proporzionale e gli alchimisti
Caro Direttore,
ora che la Consulta ha depositato le motivazioni della sentenza ed il
«premio di maggioranza» è stato archiviato come «incostituzionale», le
conseguenze di questo passaggio d’epoca che chiude il ventennio
«maggioritario» meritano di essere messe in chiaro.
1) Ormai la
legge elettorale c’è; è falso che sia urgente inventarne una, quasi a
colmare un vuoto. Non c’è un vuoto legislativo. In forza della sentenza,
perfezionata a tutti gli effetti con la pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale, è attualmente in vigore un sistema proporzionale con
sbarramento al 4%.
Infatti lo sbarramento attualmente vigente non
era compreso nella materia sottoposta al vaglio della Corte: e dunque
resta in piedi.
2) È deplorevole che questo specifico dato venga
nascosto ai cittadini dai mezzi di comunicazione. Se lo si scrivesse a
chiare lettere, i cittadini si chiederebbero che senso abbia l’attuale
frenesia alla ricerca di una legge elettorale visto che non solo ce n’è
già una, ma c’è anche l’agognato «sbarramento» atto a tranquillizzare
chi finge di preoccuparsi della «frantumazione» partitica additata di
norma (in discreta malafede) come patologia tipica proporzionale.
Frantumazione non ci può dunque essere perché comunque è in vigore lo
«sbarramento» al 4%.
Dunque cosa vogliono? Vogliono una legge che
consenta ad una maggioranza relativa di diventare, in sede parlamentare,
maggioranza assoluta: nel che risiedeva il nucleo fondamentale della
legge Acerbo voluta da Mussolini nel 1923 e messa in atto alle elezioni
mortifere del 1924. Veicolo di tale miracolo (una minoranza di elettori
che produce una maggioranza di eletti) è il famigerato «premio di
maggioranza». Per lo meno, la improvvida «legge truffa», bocciata dagli
elettori il 7 giugno del 1953, dava il «premio» alla lista (o
coalizione) che avesse superato, sia pure di un solo voto, il 50% dei
suffragi!
Fingere che si debba escogitare una nuova legge elettorale
perché in questo momento ne siamo privi è anche un sopruso: è quasi
circonvenzione, come di incapaci, della gran parte dei
cittadini-elettori. Il ruolo di stampa, radio, tv può risultare di vera e
consapevole complicità.
domenica 19 gennaio 2014
Roberto De Mattei. Le origini della crisi europea......il Trattato di Maastricht
Roberto De Mattei. Le origini della crisi europea......il Trattato di Maastricht
Il Trattato di Maastricht, o Trattato sull'Unione Europea, è un trattato che è stato firmato il 7 febbraio 1992 a Maastricht, sulle rive della Mosa, dai dodici paesi membri dell'allora Comunità Europea, oggi Unione Europea, che fissa le regole politiche e i parametri economici necessari per l'ingresso dei vari Stati aderenti nella suddetta Unione. È entrato in vigore il 1º novembre 1993.
Conclusi i lavori della Conferenza intergovernativa, a Maastricht si apriva il 9 dicembre 1991 lo storico Consiglio europeo che avrebbe dato vita al nuovo Trattato.
Nella prima giornata furono sciolti gli ultimi nodi sull'Unione economica e monetaria: entro il 1º gennaio 1999 si sarebbe avviata la terza tappa del calendario, con l'introduzione della moneta unica. Più difficile fu superare l'opposizione britannica a questa soluzione e sulle questioni sociali. Venne sancita così la clausola di opting-out attraverso la quale la Gran Bretagna avrebbe potuto rimanere nella futura Unione europea pur senza accogliere le innovazioni che il suo governo avesse rifiutato. Nasceva così per la prima volta l'idea di un'Europa a due velocità.
Firmato il trattato di Maastricht
• Alle 18.05, alla Statenzaal, sede del governo provinciale del Limburgo (Olanda), mentre un’orchestrina suona un Divertimento
di Mozart, i rappresentanti dei dodici Paesi membri della Comunità
Europea (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia,
Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna) firmano il
“trattato di Maastricht”, “passo storico” in direzione dell’unione
politica e monetaria, prevista al più tardi per il 1999.
I nove punti dell’accordo
•
Iltrattato di Maastrichtt, tradotto nelle nove lingue europee più il
gaelico (per far contenta l’Irlanda), è un compendio articolato delle
norme approvate separatamente al vertice dell’11 dicembre 1991.
In 320 pagine è introdotta una serie di importanti innovazioni rispetto
al precedente Trattato di Roma, la “Costituzione” della Cee entrata in
vigore nel 1958:
1) Unione economica-monetaria.
La moneta unica, traguardo finale dell’Unione, sarà creata entro il
1999 fra i Paesi che rispettino criteri relativi all’inflazione, ai
tassi d’interesse e alla finanza pubblica. Gran Bretagna e Danimarca
potranno autoescludersi;
2) Politica estera e di sicurezza comune.
I Dodici decideranno all’unanimità, in Consiglio europeo, quali sono i
settori di interesse comune. Le maggiori azioni in questo campo saranno
decise all’unanimità dai ministri degli Esteri, ma verranno poi condotte
con decisioni a maggioranza qualificata (finora ciascuno dei Dodici
aveva diritto di veto);
3) Politica di difesa. Includerà
tutte le questioni connesse con la sicurezza dell’unione europea,
compresa la formulazione finale di una politica comune di difesa;
4) Poteri dell’Europarlamento.
L’assemblea avrà un ampio spazio di codecisione e di “veto” in casi
estremi con il Consiglio dei ministri, avrà poteri d’inchiesta, peso
nella formazione della commissione europea e voce nella ratifica dei
maggiori trattati internazionali;
5) Coesione economica e sociale.
In favore di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, il trattato prevede
un fondo finanziato dagli altri Paesi per realizzare programmi nel
settore dell’ambiente e dei trasporti;
6) Politica sociale. Diventa una competenza della Comunità, anche se la Gran Bretagna rifiuta di associarsi;
7) Nuove competenze comunitarie.
Sanità, grandi reti di trasporti e comunicazioni, ambiente, ricerca,
cultura e industria (con decisioni unanimi), politica sociale,
protezione dei consumatori e cooperazione allo sviluppo. Energia,
turismo e protezione sono obiettivi per il ’96;
8) Cittadinanza.
Diritti riconosciuti ai cittadini dei Dodici fuori dall’Unione,
istituzione di un «ombudsman» (difensore civico), diritti di residenza e
di voto nelle elezioni locali;
9) Visti e permessi di soggiorno.
Il diritto di asilo e parte della politica di immigrazione verranno
resi soggetti a leggi comunitarie nel 1993, con lo sviluppo entro il
1994 di un’Europol, polizia di tipo federale.
L’Italia ratifica il Trattato di Maastricht
•
403 voti a favore, 46 contrari (Msi e Rifondazione), 18 astenuti (Verdi
e Rete più quattro deputati della Lista Pannella su cinque, il quinto,
estratto a sorte, ha votato sì), la Camera approva il Trattato di
Maastricht (il Senato aveva già detto si a settembre).
Il prof. Roberto de Mattei, allora presidente del Centro
Culturale Lepanto, e oggi della Fondazione Lepanto, esprimeva, tra i
primi in Europa, le sue critiche al Trattato di Maastricht in una
lettera consegnata a Strasburgo, a tutti i parlamentari europei, l’11
maggio del 1992, alla vigilia del discorso della regina Elisabetta di
Inghilterra al Parlamento Europeo. Lo stesso testo veniva fatto
pervenire, ai parlamentari italiani riuniti in seduta congiunta in
elezione del Presidente della Repubblica (il documento fu pubblicato
integralmente in « Lepanto », nn. 122-123 (maggio-giugno 1992), pp.
3-11).
La lettura di questa analisi, che precedette di quasi 10 anni
l’entrata in vigore dell’Euro, invita a riflettere sul nostro futuro.
Lettera ai Parlamentari europei del prof. Roberto de Mattei
Roma, 11 maggio 1992
Egregio onorevole,
a nome del Centro Culturale Lepanto, che ho l’onore di presiedere, vorrei sottoporre alla Sua attenzione alcune riflessioni a proposito di un importante dibattito che Ella e i suoi colleghi avete affrontato e dovrete ancora affrontare (l).
Mi riferisco al Trattato di Maastricht, stipulato l’11 dicembre 1991 nella cittadina olandese dai Capi di Stato e di Governo dei dodici Paesi della Comunità europea per avviare la nuova organizzazione internazionale denominata “Unione europea”.
Questo Trattato, che è stato formalmente sottoscritto il 7 febbraio 1992 e che, per entrare in vigore, dovrebbe essere ratificato dai rispettivi Parlamenti nazionali entro il 31 dicembre di quest’anno, sta suscitando un po’ ovunque crescenti dubbi e perplessità: unirà e rafforzerà veramente l’Europa, o la disgregherà, precipitandola nel caos? Lo scopo di questa lettera, è di contribuire ad una discussione su questo punto capitale.
Lettera ai Parlamentari europei del prof. Roberto de Mattei
Roma, 11 maggio 1992
Egregio onorevole,
a nome del Centro Culturale Lepanto, che ho l’onore di presiedere, vorrei sottoporre alla Sua attenzione alcune riflessioni a proposito di un importante dibattito che Ella e i suoi colleghi avete affrontato e dovrete ancora affrontare (l).
Mi riferisco al Trattato di Maastricht, stipulato l’11 dicembre 1991 nella cittadina olandese dai Capi di Stato e di Governo dei dodici Paesi della Comunità europea per avviare la nuova organizzazione internazionale denominata “Unione europea”.
Questo Trattato, che è stato formalmente sottoscritto il 7 febbraio 1992 e che, per entrare in vigore, dovrebbe essere ratificato dai rispettivi Parlamenti nazionali entro il 31 dicembre di quest’anno, sta suscitando un po’ ovunque crescenti dubbi e perplessità: unirà e rafforzerà veramente l’Europa, o la disgregherà, precipitandola nel caos? Lo scopo di questa lettera, è di contribuire ad una discussione su questo punto capitale.
lunedì 6 gennaio 2014
LA SCOMPARSA DI UN GRANDE ITALIANO. IL PROF. AUGUSTO GRAZIANI
LA SCOMPARSA DI UN GRANDE ITALIANO.
IL PROF. AUGUSTO GRAZIANI
"Anche l’Italia, che è uno degli ultimi paesi a realizzarlo, nel ’90 ammette la piena libertà dei movimenti di capitali. È evidente che si crea uno spazio finanziario europeo unico, un tasso d’interesse collegato in tutte le piazze finanziarie al quale ogni paese deve adeguarsi. Non è più possibile condurre una politica monetaria autonoma, non è più possibile mettere in prima linea l’obiettivo del sostegno della domanda globale e della piena occupazione, occorre recepire il tasso d’interesse dai vincoli esterni che vengono dai mercati finanziari maggiori. L’equilibrio finanziario prende il sopravvento come obiettivo primario rispetto al precedente obiettivo della piena occupazione". (Augusto Graziani, anno 1994)

Nasce a Napoli da una famiglia ebraica originaria di Modena, figlio del giurista Alessandro Graziani e nipote dell'economista Augusto Graziani (1865-1944), entrambi docenti a Napoli.
Consegue la laurea in economia e commercio presso l'università "Federico II" di Napoli proseguendo successivamente i suoi studi prima alla London School of Economics e poi all'Università Harvard in Massachusetts, USA.[1]
Nel 1962 diviene professore di economia politica presso l'università di Catania. Nel 1965 è professore di politica economica presso l'università di Napoli. Dal 1989 è professore ordinario di economia politica presso la facoltà di economia e commercio dell'Università "la Sapienza" di Roma.[2]
Durante la XI legislatura (1992-1994) è senatore della Repubblica nel gruppo del Partito Democratico della Sinistra.[3]
Fu membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, della Società nazionale degli economisti, dell’Accademia delle scienze di Torino, del consiglio direttivo della Fondazione Antonio Gramsci e dell’advisory board dello European Journal of the History of Economics Thought.[4]
Muore a Napoli il 5 gennaio 2014, dopo una lunga malattia
Augusto Graziani è noto per avere elaborato la Teoria del circuito monetario,[6] di cui è considerato uno dei fondatori e il principale esponente italiano.[
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Augusto_Graziani

L’Italia prima e dopo l’euro.
luglio-agosto 2002
LA MONETA AL GOVERNO
Augusto Graziani
Allorché si prospettava l’adozione dell’euro come moneta unica, gli esperti concordavano nel prevedere per la nuova valuta il destino di una valuta forte. Nel loro insieme, i paesi ammessi a far parte dell’Unione monetaria (undici, in seguito divenuti dodici) formavano un mercato finanziario maggiore di quello statunitense; per di più, alcune delle valute che venivano fuse nell’euro potevano vantare una tradizione consolidata di stabilità e solidità, mentre la struttura industriale che stava alle spalle della nuova moneta era fra le più avanzate del mondo. Tutte queste previsioni erano destinate a risultare fallaci. A partire dal 1° gennaio 1999 e fino ad oggi (giugno 2002) la moneta europea, nonostante la recente ripresa, si è svalutata di circa il 20 % rispetto al dollaro e di oltre il 10% rispetto allo yen giapponese (lo stesso yen si è svalutato del 10% sul dollaro).
Per l’Italia, l’adozione di una moneta comune, unita all’andamento declinante del corso dell’euro rispetto alle altre grandi valute mondiali, ha significato l’abbandono di quello che era stato in passato un carattere tipico della politica valutaria italiana. In anni precedenti, quando l’Italia poteva condurre una politica valutaria indipendente, le autorità monetarie (Banca d’Italia e Tesoro) avevano sempre tentato di realizzare una sorta di linea differenziata. Da un lato veniva perseguito, se non un lieve apprezzamento della lira, almeno un tasso di cambio stabile rispetto al dollaro; questa linea aveva lo scopo di evitare l’aumento dei prezzi in lire delle importazioni quotate in dollari (anzitutto il petrolio, ma anche macchinari ad alta tecnologia, brevetti, apparecchi elettronici). Dall’altro, veniva vista con favore una lieve svalutazione della lira rispetto al marco tedesco, in quanto poteva incoraggiare le esportazioni verso i mercati europei. La strategia dei cambi differenziati era stata ufficialmente inaugurata fra il 1975 e il 1979 (il sistema di Bretton Woods era crollato fin dal 1971 con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro e l’Italia si muoveva in regime di cambi flessibili).
La Banca d’Italia era allora retta da Paolo Baffi, sostenitore convinto di questa strategia, ed altrettanto diffidente sulle possibilità che la lira italiana riuscisse a rispettare i vincoli che, a partire dal 1979, le sarebbero stati imposti con l’adesione, avvenuta nel febbraio del 1979, al Sistema monetario europeo. Questi lasciò che nel giro di un paio di anni la lira perdesse oltre il 10% del suo valore rispetto al marco. Una strategia non dissimile venne nuovamente adottata fra il 1992 e il 1996, quando la lira uscì dal Sistema monetario europeo e per quattro anni tornò ad essere una valuta liberamente fluttuante.
IL PROF. AUGUSTO GRAZIANI
"Anche l’Italia, che è uno degli ultimi paesi a realizzarlo, nel ’90 ammette la piena libertà dei movimenti di capitali. È evidente che si crea uno spazio finanziario europeo unico, un tasso d’interesse collegato in tutte le piazze finanziarie al quale ogni paese deve adeguarsi. Non è più possibile condurre una politica monetaria autonoma, non è più possibile mettere in prima linea l’obiettivo del sostegno della domanda globale e della piena occupazione, occorre recepire il tasso d’interesse dai vincoli esterni che vengono dai mercati finanziari maggiori. L’equilibrio finanziario prende il sopravvento come obiettivo primario rispetto al precedente obiettivo della piena occupazione". (Augusto Graziani, anno 1994)
Nasce a Napoli da una famiglia ebraica originaria di Modena, figlio del giurista Alessandro Graziani e nipote dell'economista Augusto Graziani (1865-1944), entrambi docenti a Napoli.
Consegue la laurea in economia e commercio presso l'università "Federico II" di Napoli proseguendo successivamente i suoi studi prima alla London School of Economics e poi all'Università Harvard in Massachusetts, USA.[1]
Nel 1962 diviene professore di economia politica presso l'università di Catania. Nel 1965 è professore di politica economica presso l'università di Napoli. Dal 1989 è professore ordinario di economia politica presso la facoltà di economia e commercio dell'Università "la Sapienza" di Roma.[2]
Durante la XI legislatura (1992-1994) è senatore della Repubblica nel gruppo del Partito Democratico della Sinistra.[3]
Fu membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, della Società nazionale degli economisti, dell’Accademia delle scienze di Torino, del consiglio direttivo della Fondazione Antonio Gramsci e dell’advisory board dello European Journal of the History of Economics Thought.[4]
Muore a Napoli il 5 gennaio 2014, dopo una lunga malattia
Augusto Graziani è noto per avere elaborato la Teoria del circuito monetario,[6] di cui è considerato uno dei fondatori e il principale esponente italiano.[
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Augusto_Graziani
L’Italia prima e dopo l’euro.
luglio-agosto 2002
LA MONETA AL GOVERNO
Augusto Graziani
Allorché si prospettava l’adozione dell’euro come moneta unica, gli esperti concordavano nel prevedere per la nuova valuta il destino di una valuta forte. Nel loro insieme, i paesi ammessi a far parte dell’Unione monetaria (undici, in seguito divenuti dodici) formavano un mercato finanziario maggiore di quello statunitense; per di più, alcune delle valute che venivano fuse nell’euro potevano vantare una tradizione consolidata di stabilità e solidità, mentre la struttura industriale che stava alle spalle della nuova moneta era fra le più avanzate del mondo. Tutte queste previsioni erano destinate a risultare fallaci. A partire dal 1° gennaio 1999 e fino ad oggi (giugno 2002) la moneta europea, nonostante la recente ripresa, si è svalutata di circa il 20 % rispetto al dollaro e di oltre il 10% rispetto allo yen giapponese (lo stesso yen si è svalutato del 10% sul dollaro).
Per l’Italia, l’adozione di una moneta comune, unita all’andamento declinante del corso dell’euro rispetto alle altre grandi valute mondiali, ha significato l’abbandono di quello che era stato in passato un carattere tipico della politica valutaria italiana. In anni precedenti, quando l’Italia poteva condurre una politica valutaria indipendente, le autorità monetarie (Banca d’Italia e Tesoro) avevano sempre tentato di realizzare una sorta di linea differenziata. Da un lato veniva perseguito, se non un lieve apprezzamento della lira, almeno un tasso di cambio stabile rispetto al dollaro; questa linea aveva lo scopo di evitare l’aumento dei prezzi in lire delle importazioni quotate in dollari (anzitutto il petrolio, ma anche macchinari ad alta tecnologia, brevetti, apparecchi elettronici). Dall’altro, veniva vista con favore una lieve svalutazione della lira rispetto al marco tedesco, in quanto poteva incoraggiare le esportazioni verso i mercati europei. La strategia dei cambi differenziati era stata ufficialmente inaugurata fra il 1975 e il 1979 (il sistema di Bretton Woods era crollato fin dal 1971 con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro e l’Italia si muoveva in regime di cambi flessibili).
La Banca d’Italia era allora retta da Paolo Baffi, sostenitore convinto di questa strategia, ed altrettanto diffidente sulle possibilità che la lira italiana riuscisse a rispettare i vincoli che, a partire dal 1979, le sarebbero stati imposti con l’adesione, avvenuta nel febbraio del 1979, al Sistema monetario europeo. Questi lasciò che nel giro di un paio di anni la lira perdesse oltre il 10% del suo valore rispetto al marco. Una strategia non dissimile venne nuovamente adottata fra il 1992 e il 1996, quando la lira uscì dal Sistema monetario europeo e per quattro anni tornò ad essere una valuta liberamente fluttuante.
domenica 17 novembre 2013
UN SAGGIO DI “VERITÁ” SULL’EUROPA E SULL’EURO Prof. Giuseppe Guarino
UN SAGGIO DI “VERITÁ” SULL’EUROPA E SULL’EURO
Prof. Giuseppe Guarino
Giuseppe Guarino, già ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma, già ministro delle Finanze (1987) e dell’Industria (1992-’93). La tesi del professore è che all’origine della moneta unica si sia realizzato un “colpo di stato”, attraverso un preciso regolamento comunitario, il numero 1466/97.
Approfittando della fortissima volontà dei governi del tempo di
superare a tutti i costi “l’esame” – sul fronte dei conti pubblici, per
esempio – necessario a entrare nella nuova area valutaria, la
Commissione fece approvare infatti un regolamento che avrebbe vincolato
in maniera decisa le leve della politica economica fino ad allora in
mano agli stati membri.
Il ragionamento di Guarino è lungo ma non oscuro, narrato con stile piano, a disposizione – per volontà dello stesso autore – di chi lo volesse confutare. Qualcuno potrebbe sostenere, forse non a torto, che non di soli formalismi giuridici è costituito il processo d’integrazione europea. Ciò detto, è un fatto che pezzi d’establishment guardino con ansia crescente alle prossime elezioni europee, ritenute facile terreno di caccia per “populisti” anti moneta unica. Ieri pure l’agenzia di rating Moody’s ha parlato di rischi “non trascurabili” che in Italia “i partiti anti-euro prendano il potere con un programma di uscita dall'euro”. Guarino obbliga a confrontarsi con una lettura critica ma acuta, nient’affatto dozzinale, del tipo di mentalità dominante nella storia dell’integrazione europea. A meno di non accontentarsi di vivere in un’èra in cui tutte le vacche sono populiste, buona lettura. (mvlp) Una espressione usata anche in atti formali, compreso il molto recente cosiddetto Fiscal compact (art. 1, comma 1) è quella di “Unione economica e monetaria” (Uem). L’Unione monetaria non è stata realizzata. L’Unione economica non è stata creata. Le monete circolanti con “valore legale” nell’Unione erano tredici al 1° gennaio 1999, data del lancio. Una, l’euro, moneta comune di undici stati. La sterlina e la peseta, “monete nazionali”. Oggi le monete sono dodici, di cui una, l’euro, moneta comune, undici, monete nazionali.
L’Unione economica non è stata creata. L’Atto unico europeo (Aue) e il Trattato dell’Unione europea (Tue), che sono i due Trattati ai quali ne viene attribuito il merito, si sono limitati a creare un “mercato unico”. E’ un grande spazio economico nel quale si applicano, come dominanti, i principi della libera iniziativa privata (libertà di impresa) e della più ampia apertura. Oggi la maggior parte dei rapporti economici del globo sono retti da discipline ispirate ai medesimi principi della libera iniziativa privata, quindi della libertà di impresa, in un mercato aperto. Si è costruito a livello quasi mondiale un mercato “unico”. Nessuno lo definirebbe “Unione economica”.
Il “mercato comune” formò oggetto precipuo dell’Aue, integrato successivamente dal Tue. Il Tue ha disciplinato oggetti nuovi, in modo particolare ha dettato una disciplina generale sull’attività economica e sui bilanci degli stati, quindi implicitamente sulla moneta comune.
Alle norme che avrebbero influito sulla concretizzazione della “moneta comune” si pose mano negli ultimi mesi di discussione sul Tue. A quel punto molti capisaldi della disciplina della moneta erano stati già fissati. La moneta sarebbe stata comune non a tutti gli stati dell’Unione, ma solo a quelli che si sarebbero assoggettati alla sua specifica disciplina. La decisione scaturì dalla indisponibilità del Regno Unito a rinunciare alla sua storica moneta, la sterlina. L’Unione, senza il Regno Unito, sarebbe nata monca. Fu concessa al Regno Unito la clausola dell’“opting out”. Avrebbe potuto aderire all’euro, dimostrando di averne i requisiti, in qualsiasi momento successivo. Concessa al Regno Unito, la clausola non poté essere negata alla Danimarca. Fu concessa di fatto, in assenza di deroga formale, alla Svezia, il primo paese ad aderire all’Ue, dopo la stipula del Trattato. L’art. 109 k) ha finito per contemplare due distinte categorie di paesi membri, quelli ammessi all’euro, denominati senza deroga, e quelli che continuano ad avvalersi della propria moneta, denominati “paesi con deroga”. L’art. 109 k) indica gli articoli del Tue che si applicano ai soli paesi senza deroga.
Come il Regno Unito aveva dichiarato che non avrebbe rinunciato alla sterlina, così la Germania precisò che avrebbe aderito all’Unione e alla moneta unica solo se questa fosse risultata simile al marco. Il marco era la moneta storica della Germania.
Il ragionamento di Guarino è lungo ma non oscuro, narrato con stile piano, a disposizione – per volontà dello stesso autore – di chi lo volesse confutare. Qualcuno potrebbe sostenere, forse non a torto, che non di soli formalismi giuridici è costituito il processo d’integrazione europea. Ciò detto, è un fatto che pezzi d’establishment guardino con ansia crescente alle prossime elezioni europee, ritenute facile terreno di caccia per “populisti” anti moneta unica. Ieri pure l’agenzia di rating Moody’s ha parlato di rischi “non trascurabili” che in Italia “i partiti anti-euro prendano il potere con un programma di uscita dall'euro”. Guarino obbliga a confrontarsi con una lettura critica ma acuta, nient’affatto dozzinale, del tipo di mentalità dominante nella storia dell’integrazione europea. A meno di non accontentarsi di vivere in un’èra in cui tutte le vacche sono populiste, buona lettura. (mvlp) Una espressione usata anche in atti formali, compreso il molto recente cosiddetto Fiscal compact (art. 1, comma 1) è quella di “Unione economica e monetaria” (Uem). L’Unione monetaria non è stata realizzata. L’Unione economica non è stata creata. Le monete circolanti con “valore legale” nell’Unione erano tredici al 1° gennaio 1999, data del lancio. Una, l’euro, moneta comune di undici stati. La sterlina e la peseta, “monete nazionali”. Oggi le monete sono dodici, di cui una, l’euro, moneta comune, undici, monete nazionali.
L’Unione economica non è stata creata. L’Atto unico europeo (Aue) e il Trattato dell’Unione europea (Tue), che sono i due Trattati ai quali ne viene attribuito il merito, si sono limitati a creare un “mercato unico”. E’ un grande spazio economico nel quale si applicano, come dominanti, i principi della libera iniziativa privata (libertà di impresa) e della più ampia apertura. Oggi la maggior parte dei rapporti economici del globo sono retti da discipline ispirate ai medesimi principi della libera iniziativa privata, quindi della libertà di impresa, in un mercato aperto. Si è costruito a livello quasi mondiale un mercato “unico”. Nessuno lo definirebbe “Unione economica”.
Il “mercato comune” formò oggetto precipuo dell’Aue, integrato successivamente dal Tue. Il Tue ha disciplinato oggetti nuovi, in modo particolare ha dettato una disciplina generale sull’attività economica e sui bilanci degli stati, quindi implicitamente sulla moneta comune.
Alle norme che avrebbero influito sulla concretizzazione della “moneta comune” si pose mano negli ultimi mesi di discussione sul Tue. A quel punto molti capisaldi della disciplina della moneta erano stati già fissati. La moneta sarebbe stata comune non a tutti gli stati dell’Unione, ma solo a quelli che si sarebbero assoggettati alla sua specifica disciplina. La decisione scaturì dalla indisponibilità del Regno Unito a rinunciare alla sua storica moneta, la sterlina. L’Unione, senza il Regno Unito, sarebbe nata monca. Fu concessa al Regno Unito la clausola dell’“opting out”. Avrebbe potuto aderire all’euro, dimostrando di averne i requisiti, in qualsiasi momento successivo. Concessa al Regno Unito, la clausola non poté essere negata alla Danimarca. Fu concessa di fatto, in assenza di deroga formale, alla Svezia, il primo paese ad aderire all’Ue, dopo la stipula del Trattato. L’art. 109 k) ha finito per contemplare due distinte categorie di paesi membri, quelli ammessi all’euro, denominati senza deroga, e quelli che continuano ad avvalersi della propria moneta, denominati “paesi con deroga”. L’art. 109 k) indica gli articoli del Tue che si applicano ai soli paesi senza deroga.
Come il Regno Unito aveva dichiarato che non avrebbe rinunciato alla sterlina, così la Germania precisò che avrebbe aderito all’Unione e alla moneta unica solo se questa fosse risultata simile al marco. Il marco era la moneta storica della Germania.
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