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giovedì 11 aprile 2013

Globalizzazione della Povertà.....

Globalizzazione della Povertà.....



Globalizzazione della povertà. Intervista al professor Roberto Panizza, professore ordinario di Economia Internazionale presso l’Università di Torino.

Fonte: Natura e Società, Organo Ufficiale della Federazione Nazionale Pro Natura
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Roberto Panizza, componente Comitato scientifico di Pro Natura, è professore ordinario di Economia Internazionale presso l’Università di Torino.
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Con lui abbiamo scambiato alcune considerazioni sull’attuale situazione “globalizzata”, in sospeso tra le promesse di un benessere generalizzato con la soluzione ai problemi delle povertà, e una realtà nella quale la forbice tra i ricchi e i poveri sembra sempre più destinata ad aprirsi.
È da decenni che si parla di una guerra alla povertà, alla triste condizione di chi muore ogni giorno di fame o di sete, non avendo accesso al minimo vitale. Senza risultati.
E’ da decenni che, ciclicamente, si annunciano impegni e solidarietà internazionali, eppure la povertà continua a strangolare quasi la metà del pianeta con un allarmante allargamento della fascia di coloro che vivono al di sotto del minimo vitale.
La “grande” scelta neoliberista e neoconservatrice degli Anni 80, cosa ha prodotto?
Agli inizi degli anni ’80, i governi conservatori di Reagan e della Thatcher fecero scelte scellarate. Se dimentichiamo il grande battage pubblicitario che accompagnò la svolta neoconservatrice di quegli anni, ci si accorge che, soprattutto nel caso degli Stati Uniti, quelle politiche che pretendevano di riscoprire sia i pregi del libero mercato e dei suoi meccanismi automatici di aggiustamento, sia la validità delle politiche monetarie improntate al rigore, hanno in realtà creato, sin dall’inizio, esclusivamente una crescita della concentrazione della ricchezza e uno smantellamento dello stato sociale (e quindi dei diritti all’istruzione, alla salute, ad una vita dignitosa per le fasce più deboli della popolazione nei paesi più ricchi) e un crescente impoverimento dei paesi più poveri. Basti ricordare, a riprova di ciò, la spaventosa crisi che ha colpito l’intera economia mondiale nel triennio 1981-1983, a causa dell’aumento incontrollato dei tassi d’interesse e del valore del dollaro. La ripresa che ne è poi seguita e che è stata esageratamente enfatizzata dai mass-media, non ha fatto che riportare l’economia statunitense su livelli di crescita leggermente meno elevati rispetto a quelli dell’amministrazione precedente.
Contemporaneamente esplodeva sia il debito pubblico statunitense (che raggiungeva la spaventosa cifra di 400 miliardi di dollari, di dieci volte superiore a quella fatta registrare nell’anno peggiore dell’amministrazione Carter), sia il debito estero, che trasformava il paese da creditore del mondo a maggior debitore nei confronti degli altri paesi.
Anche la tanto declamata crescita dell’occupazione…

La tanto declamata crescita dell’occupazione negli Stati Uniti, indicata come esempio di successo di quelle politiche, era la più bassa registrata negli ultimi decenni: infatti, l’amministrazione Carter nei quattro anni precedenti aveva creato 11 milioni di nuovi posti di lavoro, quella di Clinton negli otto anni seguenti ne aveva creati 22 milioni, mentre negli otto anni di presidenza Reagan ne erano stati creati solo 13 milioni, una cifra quasi dimezzata rispetto alla media delle amministrazioni democratiche.
Per non parlare dell’amministrazione Bush senior che ha creato solo 1 milione di posti di lavoro in quattro anni, completando il quadro fallimentare dell’amministrazione Reagan.
Meno plateale il fallimento della Thatcher, che tuttavia, nel periodo della sua gestione ha visto la cessione, a investitori stranieri, di imprese primarie tra cu i casi emblematici della Rolls Royce, finita in mani tedesche, o dei grandi magazzini Harrods, ceduti a investitori arabi.
Dunque si trattò di una mistificazione di dati ….
Simili, terrificanti risultati, peggiorati notevolmente negli Stati Uniti sotto l’amministrazione Bush senior, sono non solo stati ignorati dai mezzi di comunicazione, dalle accademie, dai centri di potere, ma addirittura esaltati come grandiosi traguardi conseguiti dalle politiche neoliberiste.
Si è trattato di una vera e propria operazione di mistificazione dei dati: si pensi solo alla grande “cagnara” che viene condotta quando la politica di un governo ostile finisce per peggiorare il deficit di bilancio dell’1 o 2%: si accusa il governo di incompetenza e di irresponsabilità nella conduzione della politica economica. Ebbene. nel caso di Reagan, che ha deteriorato i conti della pubblica amministrazione statunitense non del 10% (che sarebbe già stata una cifra spaventosa), ma di dieci volte (da 40 a 400 miliardi di dollari), non solo non si è levata alcuna protesta o denuncia dai custodi dell’informazione del mondo, quali il “The Economist”, il “Financial Times”, il “ The Wall Street Journal”, ma addirittura tale politica veniva esaltata come assolutamente vincente, e quindi encomiabile.
Perché questo velo di omertà che sfiora quella mafiosa?…
La risposta è semplice, dato che quel tipo di politica arrecava vantaggi enormi in primo luogo ai grandi centri finanziari e, in secondo luogo, ad alcuni settori dell’industria notevolmente beneficiati. Alcuni studi molto dettagliati come quello del professor Wallace C. Peterson, hanno dimostrato come queste politiche abbiano contribuito, negli Stati Uniti, a concentrare le ricchezze nelle mani di sempre più ristretti gruppi di potere e a indebolire ulteriormente le fasce già meno privilegiate della società. Queste politiche, però, in un’ottica di lungo periodo e in termini macroeconomici non sono risultate assolutamente vincenti e hanno finito per penalizzare l’intera crescita economica del paese: i quattro anni dell’amministrazione di George Bush senior, sono stati anni di grande ristagno economico, che neppure la guerra del Golfo è riuscita a sollevare.
Ma gli osservatori hanno attribuito agli otto anni di ripresa economica dell’era Clinton proprio alle scelte neoliberiste e monetariste…
Si è trattato di una ripresa molto effimera, legata essenzialmente agli effetti redistributivi del grande boom di borsa, innescato ad arte da Alan Greenspan, l’autorevole governatore del Sistema della riserva federale, la banca centrale americana. Ho parlato di effetti redistributivi del boom di borsa, dato che negli Stati Uniti la legislazione impone ai vari fondi (da quelli pensionistici a quelli integrativi dei salari) l’obbligo di redistribuire ai propri sottoscrittori, in contanti, una parte degli utili accumulati in borsa, quando superano certi livelli. Ora, le quotazioni di Wall Street, la borsa statunitense, nel periodo in questione sono più che raddoppiate e questo ha significato un’enorme operazione di trasferimento di ricchezza nelle tasche di pensionati, operai e impiegati, oltre che – naturalmente – in quelle delle fasce più ricche della popolazione.
Questa improvvisa, maggiore disponibilità di quattrini per le classi più deboli ha innescato il più tradizionale dei meccanismi che assicurano la crescita (in modo analogo ai trasferimenti dello stato a operai chiamati a scavare buche e poi a riempirle di nuovo, di keynesiana memoria), e che consentono l’aumento della domanda proprio da parte dei ceti meno abbienti.
Di fronte a questo miracolo, già descritto e previsto da John Maynard Keynes – l’autorevole economista inglese morto nel 1946 dopo aver inutilmente tentato di dar vita a un sistema monetario internazionale più equo e più giusto – tutti i mezzi d’informazione (naturalmente assoldati agli interessi di grandi potentati economici), pur di non riconoscere il ruolo trainante e di sviluppo che la redistribuzione della ricchezza ha – in qualsiasi forma essa si esprima, anche quella del boom di borsa – si sono inventati l’altra grande mistificazione propagandata in questi ultimi anni, e cioè la tesi secondo la quale il boom economico era legato alla new economy, quel settore dell’industria specializzato nella produzione in campo informatico. Anche in questo caso si trattava di negare l’evidenza, e cioè che l’insperata crescita dell’economia americana era trainata dall’aumento dei redditi dei cittadini, che a sua volta consentiva loro di effettuare maggiori spese e sostenere in tal modo il ciclo economico.
Dunque anche la new economy, tramontata nello spazio di un mattino, è stata una mistificazione?
Grazie al boom di borsa gran parte della popolazione si trovava improvvisamente a godere di un’insperata ricchezza generata proprio – come si diceva più sopra – dall’obbligo imposto agli investitori istituzionali di quel paese di restituire almeno una parte dei profitti accumulati. Di conseguenza la grande ripresa dell’economia americana non era imputabile, come inducevano a credere i mass-media, al lancio della new economy, ma alla meno appariscente crescita della domanda nel settore della old economy, quella delle abitazioni residenziali, delle automobili, degli elettrodomestici, del tessile-abbigliamento, dei casalinghi, del turismo. Infatti, mentre la concentrazione della ricchezza nella mani di pochi, già molto ricchi in precedenza, non stimola affatto i consumi, ma incrementa esclusivamente il loro risparmio, la sua redistribuzione ai ceti medio-bassi si trasforma automaticamente in nuova domanda per tutti i diversi settori produttivi, tanti sono i bisogni insoddisfatti di questi ceti che un inatteso incremento di reddito finisce per generare.
Ricordo che in anni non sospetti (nel senso che nel 1996 non si conosceva ancora il risultato finale di questa politica) i sindacati dei metalmeccanici piemontesi, mi chiesero un commento sulla new economy, relativamente al suo impatto macroeconomico: la mia risposta fu che mentre il progresso tecnologico nel settore informatico avrebbe sicuramente consentito alle imprese che si dotavano delle nuove tecnologie, una drastica riduzione dei costi e un conseguente accrescimento della loro competitività, dal punto di vista macroeconomico la new economy implicava una notevole perdita di posti di lavoro, resi obsoleti dall’uso intensivo dell’informatica. Proprio per questo negli Stati Uniti la diffusione delle tecnologie della new economy comportò, negli anni ’90, massicci licenziamenti nelle imprese più tradizionali, non compensati, però, dalle nuove assunzioni nel settore informatico, e questo, in altre circostanze, avrebbe contribuito a deprimere il ciclo economico: invece, nel clima euforico dell’incredibile boom di borsa, anche il drammatico evento del licenziamento diveniva paradossalmente, per la persona che ne era colpita, un’occasione di arricchimento. Accadeva, infatti, che al licenziato statunitense venisse fatto un discorso più o meno di questo tipo: “L’azienda è costretta a licenziarti per razionalizzare i cicli produttivi sulla base delle nuove tecnologie: dato però che eliminando te e altre migliaia di tuoi compagni siamo assolutamente convinti di aumentare notevolmente gli utili della nostra impresa, per compensarti del disagio creato dal licenziamento, ti offriamo delle stock options della nostra impresa”. Le stock options sono – in parole semplici – dei titoli che consentono a chi li detiene di godere di tutti gli aumenti delle quotazioni dell’azione sottostante, a partire dal giorno in cui se ne è entrati in possesso. Se disgraziatamente il titolo non fosse cresciuto o addirittura fosse diminuito di valore, il licenziato, detentore delle stock options, non guadagnava alcunché, ma se il titolo in questione cresceva, il licenziato poteva guadagnare tutto l’incremento di valore registrato in quel periodo di tempo, a partire dal suo licenziamento. Nel clima euforico di borsa degli anni ’90, nessun titolo rimase al palo, anzi in media quasi tutti sono più che raddoppiati: accadde così che in molti casi, il licenziamento si trasformasse in un accumulo insperato di ricchezza. Era, infatti, sufficiente che il licenziato non vendesse la stock option ai primi guadagni e la detenesse in attesa di guadagni più consistenti: molte volte questi titoli, dati per compensare il licenziamento, finirono per valere cifre superiori al milione di dollari, trasformando il povero licenziato in un ricco possidente.
Il boom di borsa e non della new economy, trasferendo ricchezza a pensionati che hanno visto raddoppiare le loro pensioni, a operai o impiegati che hanno incrementato il loro reddito globale, e persino ai licenziati che vedevano lievitare a livelli insperati le opzioni ricevute in liquidazione, ha dunque creato un’ incredibile massa di reddito a disposizione dei ceti meno fortunati della popolazione. I teorici più tradizionalisti non hanno, però, voluto – né allora, né oggi – condividere questa interpretazione, dato che una siffatta lettura di quegli avvenimenti smentiva tutta una serie di luoghi comuni sui quali si è insistito per anni, al fine di favorire esclusivamente la concentrazione della ricchezza nelle mani dei ceti più privilegiati: ci avevano, infatti, ripetuto in continuazione e ancora ci ripetono che una crescita improvvisa dei redditi dei ceti meno abbienti avrebbe scatenato esclusivamente – attraverso un’esplosione della domanda – una spaventosa inflazione. Inoltre, sottraendo risorse agli investimenti avrebbe creato un ristagno dell’economia. Avevano, poi, attribuito al risparmio dei ceti più ricchi una funzione trainante del prodotto nazionale, giustificando in tal modo la validità di una redistribuzione asimmetrica della ricchezza a favore dei ceti più privilegiati. Ne conseguiva che qualsiasi forma redistributiva a favore dei ceti più deboli avrebbe creato la peggiore delle condizioni che un economista può prevedere, e cioè ristagno economico in condizioni di crescita spaventosa dei prezzi. In realtà, quella redistribuzione degli utili di borsa anche ai ceti più umili della società, ha generato un effetto moltiplicatore che ha prodotto una crescita elevatissima dell’economia, senza innescare la tanto deprecata inflazione.
Di fronte a questi due eventi insperati, che smentivano tutte le fosche previsioni derivate da modelli incentrati per anni sulla necessità di comprimere salari e stipendi al fine di garantire prosperità al sistema, l’unica via d’uscita dignitosa che rimaneva da percorrere a coloro che manipolano l’opinione pubblica mondiale, era quella di inventarsi il ruolo trainante svolto dalla new economy. Accadde, però, che non appena la borsa rallentò la sua eccezionale corsa al rialzo, facendo improvvisamente venir meno l’effetto redistributivo, anche l’economia cadde in un preoccupante letargo, che gli economisti più conservatori dovettero interpretare come la fine improvvisa del boom della new economy. Peccato che la fine del boom di borsa ha coinciso esattamente con la fine del ciclo di prosperità dell’economia statunitense: era, infatti, finita la grande opera di redistribuzione di ricchezza e con essa il sostegno di quella domanda supplementare che tale trasferimento aveva generato.
L’11 settembre, poi la guerra, e altre guerre, annunciate. Il nostro sistema e il modello economico che lo sostiene ne hanno bisogno?
Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001, nella loro drammaticità, si sono paradossalmente rivelati estremamente utili all’amministrazione Bush junior, che ha potuto giustificare – con la scusa di combattere il terrorismo – gli attacchi bellici in giro per il mondo e lo spostamento delle basi militari americane a migliaia di chilometri verso est, con l’invio di contingenti in Asia centrale e nelle Filippine. In questo modo gli Stati Uniti hanno riacquistato un ruolo di leadership mondiale che la debole amministrazione Bush (con le poco limpide operazioni di voto che l’aveva eletta) aveva totalmente perduto. Sono solito dire scherzando che il super ricercato Osama bin Laden, vedendo le catastrofiche conseguenze della sua azione terroristica (che avrebbe dovuto infliggere un colpo mortale al dominio statunitense nel mondo e che, invece, proprio a seguito dell’attacco da lui progettato ha offerto agli Stati Uniti l’occasione di consolidare ed espandere il loro già enorme potere mondiale), avrebbe dovuto fare, come gli antichi condottieri giapponesi usciti sconfitti da una battaglia, per lo meno kara-kiri.
A parte queste illazioni scherzose che ci aiutano ad allontanare per un momento l’incubo della tragicità delle situazioni che ci sovrastano, rimane il fatto che l’Occidente – di questi tempi – non esita a considerare la guerra come il toccasana per risolvere molti dei problemi ai quali non è riuscito a dare risposta.
Il clima che si respira è quello degli anni ’30, quando – a fronte di una ripresa che non si innescava, dopo la crisi del ’29 – tutti i principali paesi del mondo videro nei preparativi di guerra un volano che ben presto avrebbe fatto ripartire l’economia mondiale. Oggi, però, il clima è completamente diverso, dato che le guerre attuali non vengono combattute spostando centinaia di milioni di uomini al fronte, ma ricorrendo a bombardamenti strategici o ad armi sofisticatissime, il cui uso contribuisce ad arricchire solo un’esigua minoranza di mercanti di armi e non ha, invece, come le guerre del passato, un impatto che coinvolga tutti i settori del sistema produttivo. Le guerre attuali, dunque, non servono neppure più per rilanciare il ciclo economico, per non discutere della loro inutilità a perseguire gli obiettivi che si prefiggono come – nel caso di queste ultime – la cattura dei fantomatici ed equivoci personaggi che rispondono al nome di Osama bin Laden, del mullah Omar, del dittatore Saddam Hussein o del capo dei guerriglieri integralisti delle Filippine Abu Sayyad.
Un altro mondo dal punto di vista dell’economia internazionale è possibile?
Sarebbe possibile, se le politiche degli organismi sovranazionali fossero diversamente impostate.
Invece ci sono responsabilità non indifferenti anche da parte loro…
Ma di questo parleremo nella seconda parte del nostro incontro, nella quale affronteremo in specifico gli aspetti legati proprio alla tragedia del sottosviluppo e al ruolo non sempre corretto degli organismi sovranazionali, riferendo delle responsabilità del Fondo monetario internazionale.(w.g.)
Globalizzazione della povertà. 2 parte
Intervista al Professor Roberto Panizza
Nella prima parte del colloquio con Roberto Panizza, componente del nostro Comitato scientifico e professore ordinario di Economia Internazionale presso l’Università di Torino, abbiamo esaminato lo scenario, molto preoccupante, offerto dai paesi più industrializzati…
Quando parliamo di sottosviluppo e dei paesi meno fortunati, davanti ai nostri occhi si presenta un panorama ancora più drammatico.
Entriamo infatti nel capitolo della tragedia del sottosviluppo.
Cercheremo di approfondirne le cause e, soprattutto, di capire perché per risolvere i problemi, le politiche internazionali sembrano non essere efficaci.
Mentre nei tre decenni che hanno seguito la fine della seconda guerra mondiale, i paesi emarginati avevano fatto registrare una seppur flebile crescita, che aveva consentito loro di investire -nel corso degli anni ’70- le esigue risorse disponibili e i capitali ottenuti in prestito per sviluppare processi di rinnovamento produttivo, a partire dalle deprecate politiche neoliberiste e monetariste perseguite dai governi conservatori di Stati Uniti e Gran Bretagna, si trovarono a dover affrontare la drammatica esplosione delle loro posizioni debitorie.
Persino gli Stati Uniti, poi seguiti da tutti gli stati più industrializzati, hanno visto deteriorarsi sia i loro conti pubblici, sia le loro bilance dei pagamenti, a causa degli alti tassi d’interesse e della eccezionale rivalutazione del dollaro: è facile immaginare quale possa essere stato l’impatto di siffatte politiche, con aumenti del costo del denaro dal 4-5% ad oltre 20 punti percentuali e con una rivalutazione del dollaro di oltre quattro volte rispetto alle valute di paesi più sviluppati come l’Italia, sulle economie dei paesi in via di sviluppo.
In conseguenza di ciò, nel 1982, scoppiava la crisi debitoria del Messico a cui faceva seguito quella di tutti i paesi dell’America latina, dell’Africa e di molti paesi asiatici.
Si trattò di un ulteriore colpo a economie già fragili, prive di capitali per dotarsi delle infrastrutture di base, gravate dal deterioramento secolare delle ragioni di scambio (con l’abbassamento dei prezzi dei prodotti esportati e il forte aumento di quelli importati), cui si univa la cronica carenza di una formazione di base dei lavoratori…
A seguito dell’esplosione della crisi d’ insolvenza, l’arma del debito, usata ad arte, è diventata il più importante strumento di ricatto e di condizionamento dei paesi ricchi nei confronti dei paesi più poveri, costretti in molti casi (si pensi, per esempio, al Brasile) a mutare addirittura la loro Costituzione per consentire agli stranieri di sfruttare senza condizionamento alcuno i loro giacimenti minerari e petroliferi: i risultati di tali politiche di sfruttamento intensivo non lasciavano praticamente nessuna risorsa in loco, assicurando, in tal modo, la completa spoliazione del paese oggetto del ricatto.
Ci sono stati casi ancora più drammatici…
Sì, in Africa. Al fine di evitare che grandiosi giacimenti minerari –-come, per esempio, quelli di uranio nel Niger, di diamanti nella Sierra Leone, di petrolio e di altri minerali nel delta del fiume Niger in Nigeria- attirassero l’attenzione di altri investitori, gli sfruttatori alimentavano movimenti di guerriglia che conducevano a stragi spaventose di civili, al solo scopo di disincentivare qualsiasi altra iniziativa concorrenziale in grado di offrire condizioni più vantaggiose alle autorità dei paesi ospitanti. Tutte le guerre civili in Africa e i movimenti terroristici (come quelli che operano in Algeria o in Sudan, per citare i più famosi) hanno avuto come obiettivo principale la tutela e la salvaguardia degli interessi economici delle compagini che sfruttano le risorse minerarie locali.
Come a dire che non scoppiano guerre civili o attività terroristiche là dove non esistono interessi economici di grande rilevanza da difendere…
Già. Per completare questo quadro drammatico, le multinazionali più potenti, mascherate sotto falsi nomi di società apparentemente locali, controllano la distribuzione di generi alimentari e di bevande, completando la spoliazione dei già scarsissimi redditi disponibili in loco. Vi siete mai chiesti perché dovunque, in Africa, si trova molto facilmente la Coca-Cola, mentre si stenta a trovare acqua per dissetarsi? Tra l’altro, il costo di 15 centesimi di dollaro per una bottiglietta, praticato nei paesi più poveri, è spaventosamente elevato per cittadini che guadagnano mediamente intorno a 1 dollaro al giorno. Parimenti le grandi multinazionali che commercializzano le sementi agricole, si sono specializzate a vendere nelle zone più povere della terra sementi ad alto rendimento, ma che generano a loro volta semi sterili che non possono essere utilizzati per la semina. In tal modo i poverissimi contadini indigeni si vedono costretti ogni anno ad acquistare nuove sementi con esborsi che per loro sono elevatissimi.
La schiavitù dal seme è nota da tempo e rappresenta sicuramente uno degli strumenti più raffinati e subdoli per il controllo del pianeta. Non a caso si confrontiamo le grandi multinazionali riscontriamo una certa affinità tra i controllori dell’energia e quelli del germoplasma…
Ma gli organismi sovranazionali non dovrebbero vigilare e soprattutto agire affinché tutto questo non accada?
A fronte di queste manifestazioni di sfruttamento finalizzate a generare crescente dipendenza di questi paesi tra i più poveri al mondo dal potere delle grandi multinazionali, l’operato delle organizzazioni sovranazionali (come quello delle Nazioni Unite) non solo non aiuta per nulla a migliorare la situazione, ma addirittura molti di questi interventi finiscono per peggiorare le condizioni locali e per trasferire le già scarse risorse di cui dispongono esclusivamente alle più importanti multinazionali.
Lei denuncia questa situazione da qualche tempo, senza essere troppo ascoltato, mi pare…
Quando raccontavo qualche anno fa queste cose, mi irridevano, sostenendo che le mie tesi non corrispondevano a verità, talmente è capillare l’opera di disinformazione praticata dai mezzi d’informazione su questi temi. Oggi, invece, di fronte alle denunce di uomini autorevoli come Joseph Stiglitz, ex vice presidente della Banca mondiale, il quale definisce come “criminali” gli interventi dei suoi ex colleghi, le mie denunce appaiono più plausibili.
Ci racconti della Banca Mondiale, cui si fa spesso riferimento come regolatore internazionale, ma anche come elemento tutt’affatto legato alla sua missione teorica. Sotto il profilo degli interventi ambientali ha spesso promosso interventi tutt’altro che compatibili, capita lo stesso anche sul terreno della regolazione economico-finanziaria?
La Banca mondiale destina tutte le risorse di cui dispone non ai paesi in difficoltà, finanziando microinterventi che potrebbero penetrare più facilmente nelle strutture locali, ma sostenendo ciclopici progetti di dubbia utilità per i destinatari, esclusivamente al fine di trasferire le proprie risorse a potenti multinazionali straniere, che operano nel campo delle costruzioni e dei grandi lavori.
Un altro soggetto cui si concede tradizionalmente molta fiducia, quando si parla di solidarietà e di interventi a sostegno del riequilibrio tra Nord e Sud del mondo è l’Unicef…
L’Unicef si comporta ancora peggio: con la scusa di combattere la mortalità infantile dei bambini già svezzati, distribuisce integratori alimentari prodotti da grandi multinazionali e pagati con i soldi versati da ignari cittadini che pensano in buona fede che le loro donazioni vadano a buon fine.
In realtà tali politiche sono prevalentemente finalizzate a far fallire tutte le iniziative nate sul posto, che tentano di affrontare il problema della carenza di certi elementi nutrizionali, partendo dal basso e utilizzando le risorse locali, rappresentate per esempio da fagioli ad alto contenuto proteico, che risolvono al 90% il problema della mortalità infantile dei bambini da 1 a 10 anni. Questa tragedia generata non dalla mancanza di cibo, ma dalla carenza di certe proteine, che affligge molte tra le aree più povere del mondo, potrebbe essere facilmente risolta sfruttando le competenze locali con un esborso irrisorio di denaro. Mai, però, l’Unicef ha supportato tali iniziative, anzi le ha sempre combattute con ogni mezzo, dato che non rispondono a reconditi disegni di sostegno alle grandi multinazionali dell’alimentazione.
Che evidentemente vengono condivise. Si tratta di un’affermazione piuttosto forte…
Certamente queste mie affermazioni scateneranno le sdegnose reazioni di alcuni lettori (auguriamoci in buona fede), fanatici sostenitori dell’Unicef, come già accadde in passato in occasione dei miei
attacchi ad Amnesty International o ad altre organizzazioni pseudoumanitarie che, in realtà, lavorano al servizio dei grandi potentati mondiali.
Eh… sì, stiamo attaccando icone della solidarietà internazionale.
E’ una responsabilità grande quella che si assume…

A chi non ci crede suggerisco di documentarsi sulla realtà dei paesi più poveri del Sahel, dove la distribuzione dei prodotti di grandi multinazionali da parte dell’Unicef inizia sempre in contemporanea al varo di iniziative locali finalizzate ad affrontare alla radice il problema e cessa immediatamente, una volta che quelle stesse iniziative finalizzate a lottare contro la mortalità infantile sono fallite miseramente, proprio in seguito all’intervento “mirato” dell’Unicef.
E’ evidente, infatti, che di fronte all’alternativa di scegliere tra un integratore alimentare prodotto artigianalmente dalla Caritas e costituito da farina di fagioli, e un prodotto Nestlè al gusto di vaniglia o di cioccolato, le mamme e i bambini non hanno dubbi nel preferire il secondo e di rinunciare definitivamente al primo. Peccato, però, che una volta arrugginiti i macchinari e fallite le fabbriche che producevano -con un costo annuo minimo- l’integratore locale che avrebbe potuto risolvere definitivamente la tragedia della mortalità infantile, l’Unicef -accampando la scusa di non avere più fondi per sostenere la campagna di distribuzione gratuita degli integratori- sospende immediatamente l’erogazione dei budini al gusto di vaniglia, rendendosi direttamente complice della morte di migliaia di bambini già svezzati.
Al fine di evitare di essere sommerso da lettere sdegnose di lettori che mi accusano di attaccare una delle organizzazioni più benemerite, come l’ Unicef, suggerisco loro di meditare sul fatto che la distribuzione dei budini integratori alimentari al gusto di vaniglia, non avviene mai là dove non è stata presa alcuna iniziativa da parte delle autorità locali per combattere la malnutrizione, ma esclusivamente in quei casi dove sono partiti, con sforzi spaventosi da parte delle comunità indigene, progetti in grado di risolvere il drammatico problema alla radice.
Perché ci dovrebbe essere questo accanimento contro l’iniziativa e l’autodeterminazione locale?
La risposta, purtroppo, ci porta a concludere che se il problema della mortalità infantile fosse risolto, con uno sforzo finanziario minimo, non si giustificherebbero più i bilanci di miliardi di dollari finalizzati a mantenere le strutture dell’Unicef, prevalentemente costituite da esponenti della ricca borghesia sia dei paesi più fortunati, sia dei paesi più poveri, parcheggiati in inutili uffici dove -nell’ipotesi migliore-non fanno nulla, e -nell’ipotesi peggiore- si fanno complici di iniziative che perpetrano la morte per malnutrizione di milioni di bambini del Terzo mondo.
Questi sono, in ogni caso, comportamenti delittuosi e non azioni benefiche a favore dell’umanità, ed è per questo che mi si rivolta lo stomaco ogni volta che vedo gente in buona fede aiutare questi organismi.
Lo stesso discorso vale per la Fao, l’organizzazione che dovrebbe presiedere ai problemi dell’alimentazione e, quindi, della lotta alla fame nel mondo. Anche in questo caso mi chiedo come i dirigenti di questa organizzazione possano andare ogni sera a dormire tranquilli, pur sapendo quante morti per fame, in conseguenza delle loro iniziative, hanno sulla coscienza. Questi signori sono soliti, infatti, bloccare ogni genere di progetto, in qualsiasi parte del mondo venga proposto, finalizzato a fronteggiare gran parte dei bisogni alimentari di certe aree, nonostante che esistano già finanziamenti disponibili a sostegno di queste iniziative: la scusa ufficiale è che la Fao prima di dare il suo consenso a qualsiasi progetto, deve studiarne il piano di fattibilità. Questi piani hanno dei costi enormi, dato che devono mantenere migliaia di inutili raccomandati, responsabili dell’organizzazione in questione, il cui unico compito è quello di lavorare per garantire la propria sopravvivenza. In realtà, il piano di fattibilità è presto fatto: da un lato, ci troviamo di fronte a milioni di persone che soffrono la fame e, dall’altro, a piccoli impianti prevalentemente finalizzati allo stoccaggio dei prodotti agricoli. Tali impianti consentono, infatti, a tali paesi di immagazzinare gli abbondanti prodotti disponibili al momento del raccolto e di conservarli nel corso dell’anno, per poi distribuirli quando la terra non offre alcunché.
Anche in questo caso ci chiediamo per quale motivo la Fao si ostini a bloccare ogni proposta di simili progetti. La risposta, purtroppo, è molto triste ed è semplicemente quella della difesa degli interessi delle più grandi multinazionali della nutrizione, che al momento del raccolto sono in grado di ricattare i produttori dei paesi più poveri, pagando con un tozzo di pane interi raccolti che – altrimenti – in un breve lasso di tempo si deteriorerebbero. Gli impianti di stoccaggio consentirebbero – anche in questo caso con un costo irrisorio – di conservare questi prodotti per i periodi di necessità. Così la Fao e la “banda” dei suoi funzionari si accaniscono contro ogni iniziativa che consenta ai paesi più poveri di rendersi autonomi di fronte ai ricatti delle grandi multinazionali, consentendo a queste ultime di persistere nel perseguire queste strategie che consentono loro di saccheggiare ogni anno le risorse agricole prodotte in loco, con un costo irrisorio.
Il Fondo monetario internazionale é un altro organismo al centro dei sue considerazioni rispetto alle respoinsabilitànelle recenti crisi finanziarie…
Sì, considero il Fondo monetario internazionale, come principale responsabile di tutte le crisi valutarie e finanziarie di questi ultimi anni: la tragica catena di crisi scoppiate – guarda caso – a partire dalla caduta dei regimi socialisti, costituisce una novità dell’ultimo decennio rispetto al passato. Infatti, fintanto che l’Unione Sovietica era potente e poteva costituire un modello alternativo rispetto ai sistemi capitalistici, mai nessun funzionario del Fondo avrebbe consentito lo scoppio di crisi finanziarie in paesi in via di sviluppo. Questo perché le tragiche conseguenze che ne derivavano, avrebbero potuto sconvolgere certe regioni, con il rischio di un successivo passaggio dall’area d’ influenza capitalistica, a quella socialista. Invece, una volta caduti i regimi collettivisti, il modello capitalistico ha finito per dominare incontrastato e non si corre più alcun rischio di cambiamento di fronte. Pertanto, oggi il Fondo non ha più alcuna remora a scatenare il panico finanziario, divenendo di fatto complice di coloro che hanno interesse a travolgere intere economie dei paesi in via di sviluppo con le loro inconsulte operazioni speculative.
Lo schema di comportamento perseguito è incredibilmente sempre lo stesso, in qualsiasi parte del mondo avvenga l’attacco speculativo. Come prima mossa c’è il crollo della valuta locale, generato in modo artificioso grazie ad operazioni di swap in valuta. Queste consistono, in parole semplici, nel consentire alle banche locali dei paesi oggetto dell’attacco speculativo, di mettere a disposizione di potenti banche transnazionali, per un intervallo di tempo molto breve, le somme da esse detenute come depositi dai loro clienti. Le grandi banche transnazionali, cioè, ricevono queste somme e a loro volta le vendono sui mercati valutari internazionali. L’offerta di queste enormi quantità di moneta locale, provoca l’immediata svalutazione della stessa, che d’altra parte non avverrebbe in modo così massiccio senza queste operazioni di swap. Infatti, sui mercati valutari del mondo non esistono, di fatto, ammontari di moneta locale così alti da provocare rovinosi crolli del valore della moneta: al massimo si potrebbero registrare perdite di valore, ma contenute entro limiti ragionevoli. Ciò che, invece, provoca crolli così rovinosi che dimezzano in pochi giorni il valore della moneta è l’offerta massiccia di somme che – senza le operazioni di swap – mai potrebbero essere offerte sui mercati valutari mondiali.
Solo offrendo sul mercato cifre enormi come quelle rappresentate dai depositi bancari di un paese si riescono a conseguire così forti svalutazioni. A fine giornata, poi, le grandi banche multinazionali riacquistano sui mercati la valuta locale per restituirla alle banche presso le quali era originariamente depositata, ma questa operazione avviene con un esborso molto più basso rispetto agli incassi ottenuti ad inizio giornata. Gli utili di queste operazioni sono molto alti e vengono spartiti tra le banche locali e le grandi multinazionali. Per evitare questi scempi sarebbe sufficiente proibire queste operazioni per salvaguardare il paese oggetto dell’attacco speculativo, dalle conseguenze così rovinose.
E’ certo che la moneta attaccata dalla speculazione non è quasi mai una moneta forte. Tuttavia, non è neppure mai una moneta al centro del sistema e, quindi, molto disponibile e molto commercializzata sui mercati: normalmente si tratta di quantitativi di monete modesti e che non possono generare forti svalutazioni. Se, invece, si consentono operazioni di swap tra le banche locali (che offrono la valuta del paese disponibile presso di loro) e le grandi banche multinazionali (che a loro volta la vendono sui mercati), le conseguenze sono incomparabilmente più drammatiche.
In Argentina, per esempio, è accaduto un qualcosa di paradossale: i risparmiatori non potevano ritirare i loro depositi, perché bloccati presso le banche, mentre queste ultime utilizzavano proprio le somme depositate presso di loro, per compiere operazioni di swap contro il peso argentino. Ci si trovava di fronte a una situazione assurda, dato che i soldi dei risparmiatori, bloccati dalle autorità, di fatto venivano usati dalle banche proprio per attaccare la moneta nazionale e per farle perdere in misura consistente il suo valore. Il cittadino non poteva ritirare i propri soldi, mentre invece le banche erano libere di cederli agli speculatori internazionali, i quali per arricchirsi non avevano scrupoli di distruggerne il valore.
A riprova della gravità dell’operazione e della facilità con cui essa può essere bloccata, voglio ricordare che ogni volta che una moneta di un paese sviluppato è stata attaccata dalla speculazione internazionale, le autorità monetarie hanno immediatamente fatto ricorso a un provvedimento che proibiva siffatte operazioni di swap e, come per incanto, il grosso degli attacchi speculativi veniva meno. La cosa assurda è che il Fondo monetario non solo non proibisce queste operazioni, ma addirittura rimprovera duramente tutti quei governi che minacciano di introdurre siffatti divieti. La giustificazione è che non si può proibire la libertà dei mercati, quando ognuno sa perfettamente che il concetto di libertà non è assoluto e illimitato, ma – secondo i principi definiti a suo tempo da Pareto – occorre che la libertà di ognuno si concili con la libertà degli altri soggetti, le cui condizioni economiche non possono essere peggiorate dai comportamenti dei primi. L’ostinazione dei funzionari del Fondo a consentire praticamente la distruzione di intere aree geografiche è tale da far loro scordare persino il principio dell’ottimo paretiano, in base al quale nessuno può realizzare alcun comportamento che finisca per danneggiare altri operatori.
Anche in questo caso la vera giustificazione di questi comportamenti è scandalosa: il Fondo si fa complice della distruzione di intere aree o paesi, per consentire alle grandi multinazionali di acquisire, in seguito alla crisi che ne è seguita, le maggiori banche e società del paese, con un esborso minimo: così è avvenuto nel sud-est asiatico, in Russia, in Brasile, in Turchia e più recentemente in Argentina, nell’indifferenza più totale.
Infatti, dopo l’attacco alla moneta locale, la sequenza standard prevede l’attacco alla borsa, che induce la maggior parte degli investitori a liberarsi affannosamente dei titoli posseduti, proprio a causa dell’indebolimento della valuta nella quale sono espressi. Questo deprime le quotazioni e provoca il crollo anche della borsa. Nel frattempo, il Fondo chiude tutte le linee di credito e chiede il rimborso immediato dei vecchi prestiti concessi, mentre tutti i capitali stranieri e molti di quelli locali abbandonano improvvisamente il paese; di conseguenza le attività industriali e commerciali più deboli, finiscono per cadere in situazioni di crisi che il più delle volte si concludono con fallimenti, innescando un pericoloso circolo vizioso che finisce per travolgere anche le strutture più solide. Una volta creato il panico e distrutta ogni fiducia nelle capacità del paese di riprendersi, il Fondo riapre le linee di credito, con un’operazione che viene esaltata dai mass-media come segno di grande sensibilità e senso di responsabilità: peccato, però , che – ancora una volta – i nuovi fondi non siano destinati al sostegno di attività locali in difficoltà, ma debbano essere utilizzati esclusivamente per la restituzione dei prestiti concessi, prima dello scoppio della crisi, dalle grandi banche multinazionali. In tal modo queste ultime non hanno neppure più interesse ad istruire in modo serio e corretto le loro pratiche di concessione di fidi a paesi in via di sviluppo, dato che – in ogni caso – hanno la sicurezza di essere poi rimborsate dalle autorità del Fondo, qualsiasi cosa accada.
Il quadro che ci si presenta è davvero molto desolante con soggetti che non esitano, ormai, a destabilizzare intere aree del globo pur di conseguire i loro profitti, e di organismi sovranazionali che dovrebbero assicurare un monitoraggio neutrale delle situazioni di crisi e che, in realtà, sono vergognosamente schierati nell’esclusiva difesa degli interessi dei grandi potentati.
La domanda che a questo punto ci si pone è quella di chiedersi se esistano ancora degli spazi di manovra all’interno di un sistema dove ogni decisione è ormai condizionata dagli interessi delle grandi multinazionali dell’industria, dei servizi e della finanza e dove sembrano sfumarsi le possibilità di alcuna forma di regolamentazione. Infatti, le spinte verso la globalizzazione, provocando sia una crescente integrazione economica tra regioni anche molto distanti tra loro, sia una sempre più rapida trasmissione delle conoscenze attraverso le reti informatiche, hanno finito per indebolire seriamente quella che era la vecchia sovranità dei singoli stati nazionali.
Come economista, devo riconoscere che anche nel passato questa sovranità è stata spesse volte violata: un esempio che sono solito fare, e che ci porta indietro agli anni ’20 del secolo scorso, è che neppure il governo fascista – che per il resto si riempiva la bocca di slogan inneggianti alla sovranità dello Stato – riuscì ad opporre resistenza alcuna all’imperativo, sponsorizzato nel 1926 dalle autorità britanniche, di un ritorno incondizionato dei singoli sistemi monetari nazionali non solo all’oro, ma anche ad una parità aurea elevatissima che, successivamente, finì per svolgere un ruolo molto rilevante nel creare condizioni molto difficili all’economia e nel preparare il terreno per la grande depressione, poi iniziata nel 1929.
Per questo non ci dovremmo preoccupare eccessivamente di questo progressivo venir meno della sovranità degli stati, già compromessa alla fine dell’ Ottocento dall’eccessiva libertà dei mercati dei capitali con la loro azione destabilizzante, che stimolava la crescita economica quando affluivano, e innescava la recessione, quando – improvvisamente – abbandonavano il paese che li aveva ospitati. In tal caso, però, la sovranità dello stato veniva meno per effetti indotti e indiretti. Oggi, invece, c’è qualcosa di più, dato che sono gli stessi centri all’interno dei quali vengono prese le decisioni ad essere pesantemente coinvolti da profonde trasformazioni: questi ultimi, infatti, sono praticamente passati dal controllo dello stato nazionale, a quello di organizzazioni sovranazionali come l’Unione europea (nel migliore dei casi), il G8, il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale, quando non addirittura ai consigli di amministrazione di potenti multinazionali o banche transnazionali.
Per quanto si parli sempre più frequentemente di trasferimenti di competenza dai singoli stati a quella che è stata definita la “governance” mondiale delle risorse economiche, in realtà, dietro queste parole altisonanti, si nascondono semplicemente gli squallidi disegni di sfruttamento dei paesi o delle regioni più deboli da parte dei grandi potentati del mondo, gli unici in grado di esercitare un controllo globale sull’azione e sui meccanismi di crescita dei singoli mercati regionali. Per questo – come ha lucidamente chiarito John Gray nel suo splendido libro, “Alba bugiarda” – i vecchi mercati del passato, con i loro ruoli non solo di allocazione delle risorse, ma di svolgimento anche di compiti di natura sociale, hanno progressivamente lasciato il posto agli asettici liberi mercati, dove “libero” sta ad indicare che su di essi le pubbliche autorità non sono più in grado di esercitare alcun condizionamento. Tutto ciò, è avvenuto nonostante il fatto che alcuni di questi mercati esercitassero un ruolo molto delicato all’interno della società, si pensi in particolare al mercato del lavoro, della previdenza integrativa, della salute, dell’energia o dei trasporti.
Lasciati a se stessi, questi mercati hanno fallito miseramente l’obiettivo di svolgere in modo corretto i loro compiti, a riprova che certi ambiti dell’economia non possono essere lasciati alla gestione privatistica delle grandi multinazionali. Di questi tempi, tuttavia, hanno dato segno di cedimento anche altri mercati, come quelli finanziari e borsistici, tradizionale appannaggio della gestione dei grandi centri di potere economico e finanziario. La preoccupante crisi che ha interessato questi ultimi – sulla basi di quanto ci insegna da sempre l’esperienza storica – finiranno poi per travolgere anche i sistemi bancari e l’economia reale nel suo complesso.
Dobbiamo, dunque, constatare a distanza di circa due decenni dall’affermarsi delle politiche neoconservatrici esasperate ad opera delle autorità inglesi e statunitensi (quella che è stata definita la globalizzazione del modello neoliberista imposto acriticamente al mondo), ha fallito su tutto il fronte, infliggendo addirittura uno dei colpi più mortali all’intero sistema capitalistico…
Le conseguenze sono state drammatiche anche nei confronti della società civile di molti paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, al cui interno i mercati, abbandonati all’ingordigia dei più potenti, hanno addirittura finito per contaminare le stesse strutture sociali.
Questo tipo perverso di globalizzazione, consentendo a soggetti irresponsabili di catalizzare su di sé tutto il processo di definizione delle decisioni, ha anche condotto alla sistematica violazione dei diritti fondamentali dei cittadini, violazioni che – purtroppo – finiscono per sfuggire alla disciplina giuridica dei singoli stati, tale è la capacità dei nuovi soggetti egemoni di delocalizzare e nascondere le loro attività e le loro strategie. Inoltre, a peggiore tale quadro, le organizzazioni sovranazionali che avrebbero potuto essere preposte alla repressione di tali violazioni, sono invece solite ripetere che soltanto i liberi mercati, non più sottoposti ad alcuna forma di condizionamento di tipo politico e sociale, sono in grado di assicurare l’effettiva tutela dei diritti dei cittadini.
Il quadro che abbiamo tracciato è estremamente deludente: tuttavia, la degenerazione del sistema è talmente a uno stadio avanzato, che si dovrà per forza cambiare radicalmente rotta, rinunciando a molti degli principi e degli slogan dai quali siamo stati condizionati in questi ultimi anni. Se ci chiediamo come mai questo ritorno esasperato al neoliberismo si è tradotto in un fallimento così plateale, la risposta è relativamente semplice e dipende dal fatto che si è commesso lo sbaglio di applicare alcuni degli strumenti tradizionalmente usati nell’Ottocento all’economia contemporanea. Allora, infatti, ci si trovava di fronte ad un’economia di accumulazione e le politiche finalizzate a contenere i salari nei limiti della sussistenza, la spoliazione sistematica delle regioni sottoposte a sfruttamento coloniale, le politiche monetarie restrittive che consentivano solo ai più forti di sopravvivere, erano vincenti, in una logica capitalistica, dato che consentivano di accelerare i processi di concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Nella fase attuale di sviluppo capitalistico, fondato sul consumismo, conviene pensare oltre che alla spoliazione sistematica di soggetti o di aree, anche al momento redistributivo della ricchezza, che solo può garantire adeguati livelli di consumo.
La crisi attuale emerge, dunque, dal fatto che si sono applicate le regole di un capitalismo di accumulazione (dove la crescita è tanto più rapida quanto più radicale è la sottrazione di ricchezza agli altri soggetti presenti sul mercato), ad un capitalismo consumistico, dove invece devono essere sostenuti i livelli di consumo sia delle classi più deboli all’interno dei paesi ricchi, sia dei paesi meno fortunati del contesto mondiale. Peccato che il prezzo di questo sbaglio di valutazione sia rappresentato dalla recessione che stiamo attraversando e che è destinata a peggiorare fintanto che non ci si renderà conto degli errori commessi e si ritornerà su posizioni più moderate, nell’interesse stesso della sopravvivenza del capitalismo.
Purtroppo si tratta di una molto flebile speranza. (w.g.)

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